Ma i giornalisti amano davvero i blog?

La blogosfera fa le pulci ad una ricerca pubblicata “in fretta” dai massmedia...

COMINCIAMO dalla premessa, poi passiamo alla notizia. Benché di giornalismo si tratti. Prendiamo dunque 4.500 giornalisti di varie testate nazionali. Invitiamoli a compilare un questionario sul loro rapporto con la blogosfera. E supponiamo di ricevere – come è capitato a Digital PR e Hill & Knowlton Gaia – 400 schede di cui il 49 per cento è costituito da “responsabili”, senza chiarire se si tratta di caposervizio, caporedattori o direttori. 

IN compenso il 36 per cento si dichiara “redattore”, l’11 “free lance” ed il 4 “collaboratore”. Di queste 400 penne (o microfoni?) la gran parte dice di occuparsi di tecnologia ed economia. Immettiamo i risultati tratti da queste premesse nel sistema dell’informazione, magari nel circuito frequentato dagli stessi intervistati,  e saltano fuori risultati del tipo: un terzo dei giornalisti ha un blog, il 90 per cento ne ha visitato uno, la grande maggioranza li ritiene credibili, anche se come fonti da incrociare con altre. Tutto sommato, dei calchi del comunicato stampa ufficiale.

LE SLIDES della ricerca sono disponibili in rete. Da esse si ricavava - tra l’altro - che 248 giornalisti italiani, pari al 62 per cento del campione, tiene un blog per “desiderio di visibilità”, per comunicare i propri interessi personali o per compiere un esperimento professionale. Insomma, molto più uno sfogo di potenzialità che il sistema produttivo editoriale sembra non potere o volere ospitare. 

MA l’aspetto davvero interessante non è lo studio in sé, bensì gli effetti che ha prodotto – dopo la metabolizzazione della notizia da parte del sistema dell’informazione (su carta ed on line) – nel pianeta dei blog.

L’ENTUSIASMO di cui talora è accusato il giornalismo tecnologico di ammantare ogni “scoperta” sembra aver preso la mano dei cronisti  fino ad affermare che i giornalisti “amano” i blog. Ma  il setaccio del web (un riassunto di Antonio Sofi sul suo Webgol ) ha evidenziato le carenze metodologiche, se non altro della presentazione della ricerca (priva di indicazioni sulla composizione campione, ad esempio).


ED ANCHE riaperto la discussione sul rapporto tra blog e giornali  che per alcuni, come aveva fatto Massimo Mantellini, deve essere considerato tutt’altro che idilliaco. Un rapporto di amore/odio dove – è risaputo – le tendenze attrattive tra i protagonisti di un pianeta (i blog) e l’altro (la carta stampata, ma anche la tv) sono sempre sull’orlo dello scambio osmotico: in più di un cassetto c’è il sogno di trasformare il proprio diario on line nel mestiere di scrivere.

GIORNALISTI e popolo dei blog, in fondo, possono dimostrarsi cordiali cugini. A sostenerlo, quasi un anno fa, è stato Steve Outing, una delle firme di Poynteronline. In due interventi ha significativamente cercato di dimostrare: “Cosa possono imparare i giornalisti dai bloggers”  e “Cosa possono imparare i bloggers dai giornalisti”. Il caso della ricerca sui bloggers nascosti nelle redazioni, pur sempre interessante, ha dimostrato come – paradossalmente – il mezzo “più lento”, quello che si preannuncia come più “meditato”, il sistema dell’informazione insomma, si sia precipitato a pubblicare una notizia che l’organismo dove è più “facile” premere il tasto di post ha sviscerato, verificato e metabolizzato con meno fretta. La tartaruga, insomma, ha battuto la lepre, anche se a ruoli apparentemente invertiti.

ED IL LETTORE? Per avere un quadro completo è costretto a leggere sia la stampa che i weblog. E magari accorgersi - frugando tra i profili professionali inseriti nei loro siti personali - che molti di coloro che hanno fatto, via web, le pulci alla ricerca sono giornalisti (o scrittori) nei panni di bloggers.








Fonte: pubblicato il


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