Violenza politica di oggi è divisa ancora per schieramenti? Non esiste più la differenza

Ascoltiamo il punto di vista di Carlo Bonini, invitato di Repubblica, sulla questione della violenza politica

Ascoltiamo il punto di vista di Carlo Bonini, invitato di Repubblica, su questo fenomeno in parte nuovo riguardo all'intolleranza e all'emergenza sociale che rischiano di modificare anche i rapporti civili a Roma e nel paese.

Il clima di violenza in una borgata come il Pigneto, a Roma, può essere definito fascista, razzista, xenofobo o semplicemente lo specchio dei tempi?
Credo che tra queste definizioni, l'ultima si avvicini di più. Penso però che dobbiamo ancora trovarla la parola che definisca quello che abbiamo davanti agli occhi. E  questo non è un male, una straordinaria sfida alle nostre intelligenze, sensibilità: un modo per rimettere in discussione categorie politiche, sociali, di indagine e di racconto giornalistico. E rispetto a questo, credo non ci sia nulla di male.

Fascismo o xenofobia sono parole che hanno significati precisi, che nascono e che rimandano a un contesto storico, a un significato profondo, ma non  debbano per forza essere usate anche quando la realtà non vi si attacca. Non perché in ciò che accade  non vi siano degli echi o delle suggestioni che definiscono anche quel che accade. Picchiare in cinque una persona inerme, qualunque sia il colore della sua pelle, è una atto oggettivamente squadrista. Ma qualificarlo come un atto fascista è un modo per rassicurarsi. Le categorie politiche e sociali  del Novecento, è evidente, non reggono più in un paese che sta cambiando profondamente.

Nel raccontare tutto questo, non spetta al giornalista un giudizio etico, di valore. Questo fa parte dei commenti delle analisi, che non possono mai prescindere dai dati reali. Altrimenti, e vale per la destra come per la sinistra, rifugiarsi in un clichè non serve a comprendere quello che accade realmente, né alla politica né ai cittadini.

La parola per qualificare questi atti è ancora da coniare. In questi giorni, un professore come Adriano Prosperi ha scritto delle cose egregie, come lo stesso Adriano Sofri. Tutti questi, in sede di analisi, hanno deciso di affrontare il carattere e la natura controversa di quello che abbiamo davanti agli occhi, liberandosi dalle strette categorie del secolo passato, senza che ciò suoni liquidatorio.


Le aggressioni  di questi mesi, anche con alcuni omicidi, hanno portato in evidenza protagonisti che avevano passati di "squadristi" dello stadio. E forse lì la nuova scuola di violenza  senza ideologie, ma con tanta confusione nelle teste rasate?

Che gli stadi siano anche, purtroppo,  luoghi   dove si "educa" alla violenza verbale e non, questo è fuori di dubbio. Mi sembra però  interessante chiedersi: perché gli stadi?

Dal mio punto di osservazione, di chi frequenta il marciapiede, credo che sia dovuto ad un fatto: gli stadi sono uno dei pochissimi luoghi di aggregazione e nello stadio, esattamente come nelle strade delle nostre città, è saltata ogni forma di mediazione intermedia e si esalta la natura primitiva della tribù. Per questo spesso ritroviamo l'ultrà da stadio nella cronaca nera dei quartieri della città, perché esiste una continuità tra quelle strade e gli spalti dello stadio: è la stessa tribù!

Ed è la stessa tribù che ci racconta la fine, la scomparsa della mediazione politica, culturale, religiosa, che è quella che fa sì che il gruppo da tribù si emancipi in comunità civile.

C'è un ruolo negativo di omissione delle forze dell'ordine? E , comunque, la destra che spinge sull'emergenza non rischia di alimentare questo vento di irrazionalità violenta?

Alle forze dell'ordine, al di là del fatto che si può sempre far meglio, non può essere delegato ciò che non è nel loro compito. Non possiamo continuare a vivere in un paese dove tutte le funzioni civili e democratiche vengono surrogate o dalle Procure della Repubblica o dalle Questure. Non se ne può più, perché è un segno di declino profondo, di sconfitta.

Il discorso che vale per la sinistra, ma a maggior ragione per la destra è che vellicare o pensare di incassare la rabbia degli "ultimi o penultimi" non porta da nessuna parte, perché, senza voler scomodare luoghi comuni, chi semina vento raccoglie davvero tempesta. E questo tipo di pulsioni, una volta scatenate, sono difficili da contenere, da riportare alla ragione. Anche questo rischia di essere una scelta miope, confortante nel suo cinismo, ma che non porta da nessuna parte.








Fonte: pubblicato il


Torna su