Conservatori in Inghilterra crescono: Gordon Brown e il partito labourista in grave difficoltà

Un'ulteriore pesante sconfitta è in arrivo per il Primo Ministro inglese, ma Brown continua per la sua strada

Gordon Brown prosegue per la sua strada, deciso a portare la proposta di estensione di giorni di carcere senza incriminazione formale in Parlamento dove, è praticamente sicuro, andrà incontro ad una umiliante sconfitta: gli si opporranno non solamente diversi Laburisti “ribelli”, ma anche i Liberaldemocratici e perfino i Conservatori.

Il colpo di grazia all’estensione del periodo di detenzione è arrivato dalle conclusioni della Joint Committee on Human Rights (JCHR), organismo di dodici parlamentari delle due camere che si propone di dibattere i problemi di diritti umani nel Regno Unito, che il 14 maggio ha emesso il suo verdetto: la proposta di Brown, tentando di attribuire al parlamento un potere tipicamente giudiziario (quello di detenere un sospetto), crea un imbarazzante dissidio tra potere giudiziario e legislativo.

Come il suo predecessore, l’attuale Primo Ministro sembra incapace di comprendere che sono state proprio misure come questa, offensive per il buonsenso prima che per gli elettori, la causa principale della devastante la débacle del partito laburista britannico, ridotto dalle elezioni amministrative di maggio ad un misero 24% - i conservatori si attestano al 44% - e privato anche di Londra, soffiata al ruvido Livingstone da Boris Johnson, giornalista e gaffeur Tory.

Del resto per troppo tempo si è ritardata una seria riflessione sulle gravi contraddizioni interne del New Labour. Se per un momento chiudiamo gli occhi per non vedere la macchia indelebile dell’entrata in guerra a fianco di Bush, possiamo azzardare un piccolo elenco delle cose positive che il New Labour ha portato alla Gran Bretagna: un lungo periodo di crescita, innanzitutto (anche se “drogata” dalla speculazione e dall’importazione di ricconi evasori fiscali), importanti misure di devolution (Scozia e Galles), una riforma della Banca d’Inghilterra, resa indipendente dal potere politico, l’Irlanda del Nord più o meno in pace.

Strumento principale del successo del New Labour è stato l’indiscutibile carisma di Tony Blair, che, con la sua formidabile abilità comunicativa, ha fatto del partito laburista una forza di governo anche a costo di spostarne la barra verso destra. Tuttavia, il talento mediatico e la consuetudine con il sistema di potere consolidata da ben tre legislature hanno finito per corrompere del tutto l’afflato iniziale (se mai c’è stato); una cosa è comunicare in modo intelligente per rafforzare il consenso, un’altra è manipolare l’opinione pubblica in modo sempre più sfacciato (ricordate il caso del falso dossier sulle armi di distruzione di massa di Saddam e lo strano suicidio del professor Kelly, esperto di armi di distruzione di massa?).


E, senza quasi accorgersene, ci si è poi ritrovati con un partito dei lavoratori fan sfegatato del libero mercato che, trascurando la sua base elettorale, ha finito per sfumare sempre più il concetto di redistribuzione della ricchezza per concentrarsi sulla conservazione delle stessa nelle mani di pochi. Sarebbe ingeneroso, però, sostenere che il Labour non abbia pensato a misure redistributive: porta infatti la firma di Gordon Brown la geniale riforma fiscale che, abolendo l’aliquota più bassa del sistema fiscale britannico (10%), ha colpito drasticamente i redditi delle fasce più deboli, per le quali la percentuale di tassazione minima è salita al 22% - le nuove detrazioni si sono rivelate insufficienti a sistemare il pasticcio.

Brillante risultato: le coppie a basso reddito senza figli e gli anziani con età compresa tra i 60 e i 64 anni pagano il conto di una riforma studiata per alleggerire la pressione fiscale sulle classi medie. Redistribuzione sì, ma al contrario, dai poveri verso i meno poveri. Un’edizione aggiornata dello sceriffo di Nottingham?

Che ci sia qualche cosa di veramente marcio nel modo di fare politica fiscale New Labour si capisce anche quando si pensa che il Ministero del Tesoro ha tra i suoi consulenti più ascoltati Bob Wingley, direttore di Merrill Lynch Europa – Medio Oriente e Africa. Se ospitare tra i “saggi” consulenti del Tesoro un incallito banchiere d’affari non vi sembrasse già abbastanza disdicevole, è bene che sappiate che, a quanto riporta il Times, è stato proprio Wingley il principale sabotatore del piano di Alastair Darling (ex spin doctor di Blair ai tempi del falso dossier citato sopra) finalizzato a aumentare le tasse ai cosiddetti “nondoms” (cioè i ricconi arabi o russi residenti non domiciliati, che prendono la residenza di comodo nel Regno Unito per pagare meno tasse).

Infine, il fallimento della Northern Rock, la banca nazionalizzata dopo essere tecnicamente fallita a causa della crisi di liquidità importata dagli USA, assume un valore emblematico: in primo luogo ci ricorda che gran parte dell’apparente benessere e della crescita di quel paese si basa sulla speculazione finanza più che sull’economia reale. E’ utile anche ricordare come Northern Rock, che allora ancora galleggiava solo grazie alla iniezione di 26 miliardi di sterline provenenti dalla Banca d’Inghilterra, prima di essere nazionalizzata, ha venduto circa 2,2 miliardi di attività pregiate a JP Morgan, la banca d’affari americana che attualmente ha a libro paga anche Tony Blair.





Fonte: pubblicato il


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