Sindaco di Genova nel discorso davanti al Papa ricorda come la Chiesa non deve entrare in affari di

Il Primo Cittadino di Genova, Marta Vincenzi, ha espresso i suoi pensieri senza peli sulla lingua al cospetto del Papa

Si è dipinta sul viso di Ratzinger e del cardinal Bertone una smorfia di stupore e di misurato disorientamento. E’ successo che Marta Vincenzi ha espresso chiaramente e senza tentennamenti di genuflessa convenienza il principio per cui, dato il forte disagio e il tormento della società contemporanea, non è saggio turbare il Paese con temi etici.

Che non significa, come in prima analisi potrebbe sembrare, rinunciare a contaminare il dibattito pubblico e politico di argomentazioni etiche, tutt’altro. Significa però restituire alla responsabilità dei cittadini il pieno significato della loro libertà e autonomia di scelta, senza duelli a tinte forti.

In un colpo solo un sindaco prende pieno possesso del proprio ruolo istituzionale, sfidando la liturgia consona alle visite papali e non sente il dovere di adescare il consenso del Vaticano come si usa fare da tempo immemore in questa nostra Italietta dove tutti, o quasi, i protagonisti della scena politica faticano ad emanciparsi dalla benedizione di dio che anche quando non portasse in paradiso, porterà senz’altro voti.

Poi il colpo inaspettato: Ratzinger ferito per mano della sua amata teologia. Viene citato Bonhoeffer, teologo protestante, il quale arriva a postulare l’etica come un comportamento mai definibile a priori, ma sempre spiegato e giustificato dalla situazione in cui viene a generarsi. Per Ratzinger una vertigine di silenzio. Non una replica, non una parola. In un attimo la morale totalizzante predicata dalla chiesa di Roma va in frantumi sotto i colpi del pensiero individuale. E osano farlo davanti a lui. In un lampo l’oceano del relativismo incombe e quasi sembra che nessuno debba sentirsene in colpa.

Pochi minuti per blindare dall’intromissione ecclesiastica lo spazio della politica sull’etica, per citare un nome del pensiero protestante, per rammentare la sacralità dell’autodeterminazione, per far tacere un papa. Tutto reso ancora più affascinante se a farlo è una donna. Una di quelle cui la Chiesa non riconosce alcun ruolo decisivo se non quando sono martiri come Maria Goretti o crocifisse dal dolore fisico come Rita da Cascia, moglie vittima e suora. Proprio come accaduto alla richiesta inascoltata di Theresa Kane, suora statunitense, al cospetto del buon Wojtyla, che delle donne religiose non si è curato più degli altri.


Ha un gran da fare Ratzinger per riprendersi la scena. Eccolo immergersi nel coro dei giovani per incitarli a distinguersi dalla corsa cieca della società attuale verso i falsi miti dell’eterna giovinezza e della bellezza. Li invita a rifiutare le menzogne delle mode e a unirsi a Cristo. Suonano appropriati i solenni versi del Qoelet “vanità delle vanità”. Ma li forse il discorso trascendeva le miserabili fobie vaticanensi che vanno ancora dalla bellezza al sesso, dalla moda alle maschere giovanili. Il papa conclude con il decalogo del perfetto “papaboy” e con la messa pomeridiana, nel cuore di una città che non partecipa e rimane a guardare senza passione.

La conclusione del pellegrinaggio di Ratzinger, che questa volta non persuade e non scomoda troppo, non desta sorprese. Ricordando le linee date dai vescovi al convegno di Verona del 2006, i comandamenti sono due: “mettere al centro il dio cristiano” e “mettere al centro la persona umana”. Insomma il pastore fa il suo mestiere, ma per una volta un sindaco ha fatto il suo. Non siamo troppo abituati alla separazione degli ambiti di competenza: cittadini e fedeli, piazze e chiese, morale e salvezza, comandamenti e libertà.

Lo sfondo che sta dietro l’evento e le parole è l’avviso pacato a non tentare troppo alcuna commistione, alcuna invasione o indicazione di voto dagli altari, che non sia confezionata dentro la cerimonia eucaristica e che non rimanga dietro le porte delle cattedrali. Non un passo fuori da li, sotto i microfoni, sui quotidiani, dalla televisione. Ogni decisione affidata alla riflessione del singolo cittadino, della singola coscienza. Davvero un peccato dover ancora misurarsi con una questione che la storia ha già superato e la filosofia già sciolto. Siamo, purtroppo, ancora a questo punto.

Era il 1700 e si chiamava Illuminismo. La lezione dello Stato Moderno, i pensieri di Voltaire, la geografia di un continente in liberazione. Eppure l’accademia della storia non ha scardinato tutte le eredità e ancora oggi fa scalpore che un uomo o una donna dello Stato difendano il confine della laicità e della neutralità dello spazio pubblico.

E ancora oggi il pensiero di un cristiano protestante ha il profumo dell’avanguardia quando ricorda la dimensione concettuale dell’individualità, il valore del pensiero che non cerca rifugio nell’universalità e nell’assoluto, ma accetta la sfida del limite, l’avventura della riflessione permanente che non accetta elemosina al mercato delle indulgenze, che non si affida timorosa alle messe, che decide da se e per se.

L’Italia è un paese addormentato nel passato, che sopravvive nella nostalgia delle tradizioni e dei riti, che invecchia triste e che conta, purtroppo, per la dignità della stessa chiesa cattolica, più fedeli e processioni che credenti. Qualche prete lontanissimo da Roma lo grida inascoltato da tempo.

Prova ne é che di fronte alla provocazione di un argomento serio e profondo che tocca l’anima e il cuore della vita politica, che sta su quel fronte dove si consuma sempre più spesso la battaglia delle etiche e della morale, l’unico appello che sa lanciare il papa è la lotta senza indugi alla vanità, alla bellezza inseguita e ricercata, al mito della giovinezza. Viene da chiedersi quale altra salma concettuale più morta di questa avrebbe mai potuto riesumare dall’album del vecchio catechismo.





Fonte: pubblicato il


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