Obama è matematicamente il candidato democratico per elezioni Usa.Perchè la Clinton continua?

Quali sono i motivi che spingono Hillary Clinton a continuare nella corsa elettorale, nonostante Obama sia matematicamente vincitore?

Qualcosa di nuovo e di significativo è successo nelle ultime due primarie di Oregon e Kentucky. Obama ha raggiunto la maggioranza dei delegati "pledged", cioè impegnati ad appoggiarlo nella convenzione di fine agosto. Contemporaneamente ha superato Clinton anche nel numero di delegati di diritto che si sono fin qui dichiarati, circa due terzi del totale.

A questo punto mancano solo tre primarie (per un totale di 86 delegati su 3253) ed è impossibile che Clinton possa raggiungerlo. E allora perché continua nella sua corsa, nonostante le difficoltà economiche, con il rischio di approfondire la spaccatura all'interno del partito e di pregiudicare la vittoria democratica nelle elezioni di novembre?

Misteri della politica. Non tanto misteriosi però. Del resto anche John Edwards, che si è ritirato dalla corsa due mesi fa, ha aspettato fino all'altro ieri per dichiarare il suo appoggio per Obama e un terzo dei "superdelegati" aspetta ancora per pronunciarsi. Stanno riflettendo su cosa sia meglio per il partito? Forse, ma soprattutto stanno valutando cosa sia meglio per loro.

In tutti questi casi (incluso quello di Clinton - anche se lei non lo ammetterebbe mai) puntano ad aumentare la propria forza contrattuale nei confronti del futuro candidato e, sperabilmente, futuro presidente. Cosa abbia Hillary in testa nessuno lo sa: la vicepresidenza, il prestigioso incarico di capogruppo al senato, una futura campagna presidenziale nel 2012? In ogni caso la sua carriera non finisce con queste primarie e se si rende preziosa le sue chances aumentano.

In parte però pensa di avere ancora qualche possibilità di vincere la nomination. Se il 31 maggio la commissione per il regolamento del partito dovesse decidere di riammettere i delegati del Michigan e della Florida; se riuscisse fin da adesso a convincere i superdelegati restanti che è lei la candidata migliore perché solo lei può battere i repubblicani negli stati e tra gli elettori moderati-conservatori (e forse anche un po' razzisti); se riuscisse ad inanellare altre strepitose vittorie come quelle della West Virginia e del Kentucky, potrebbe ancora - anche se è una lontana possibilità - raggiungere il numero fatidico di 2025 delegati, cioè la maggioranza. In caso contrario, dopo il 3 giugno (ultime due primarie nel Montana e South Dakota), si passa al piano B di cui sopra.


Per parte sua Obama si comporta come se fosse già il vincitore. Lo fa con garbo, come è nel suo stile, per non ferire la permalosissima rivale e per non dare l'impressione che la sta spingendo fuori strada. Nel suo discorso di ieri in Iowa si è prodigato in lodi verso di lei, riconoscendole "grandi doti di combattente" che, comunque vada, "ha aperto nuove possibilità per le donne americane". La signorilità e il garbo di Obama hanno anche una ragione molto pratica. A novembre per vincere avrà bisogno di tutti gli elettori democratici (oltre che di molti indipendenti) e non può rischiare di alienarsi le simpatie di quel 50 per cento di sostenitori di Hillary Clinton che negli exit poll di martedì hanno dichiarato che non voterebbero mai per lui (il 20 per cento ha anche ammesso che per loro la razza è un problema).

L'unità del partito è quindi essenziale per battere John McCain. Non solo del partito e degli elettori che ci sono, ma dei tanti milioni che non sono iscritti nelle liste elettorali e che non vanno a votare. Non c'è dubbio che queste primarie hanno dimostrato che Obama è debole tra determinate fasce di elettori - i lavoratori bianchi a basso reddito e basso livello di istruzione, le donne sopra i 50 anni, gli ispanici - che gli preferiscono Hillary Clinton. Sono questi i gruppi che dovrà cercare di recuperare e, stando ai sondaggi, già lo sta facendo. Dovrà anche e soprattutto allargare la sua base elettorale - i giovani, gli afroamericani, i ceti medio-alti e con un elevato tasso di istruzione - per compensare le perdite che sicuramente ci saranno negli altri gruppi sociali.

Per questo gli uomini del suo staff hanno già avviato in vari stati una campagna per l'iscrizione nelle liste elettorali degli studenti universitari e degli afroamericani. I neri infatti sono a larghissima maggioranza per il partito democratico, solo che vanno a votare in percentuali molto più basse del resto della popolazione. In tutto il Sud, nelle città del Nord e negli "swing states", gli stati che con lo spostamento di pochi punti percentuali possono dare la vittoria all'uno o all'altro partito, sono milioni i voti che potrebbero così essere recuperati.

Intendiamoci, questo non basterà a dare la vittoria al candidato democratico, e a farlo votare dalle diverse decine di milioni di elettori che da almeno quaranta anni - cioè dalle leggi sui diritti civili volute da Kennedy e da Johnson - sono passati ai repubblicani, particolarmente nel Sud: elettori bianchi, conservatori, e anche un po' razzisti, che sicuramente non voterebbero mai un candidato afroamericano, per di più "liberal" e intellettuale. Ma che non voterebbero neppure per una donna, particolarmente la moglie dell'odiatissimo (da loro) Bill Clinton.





Fonte: pubblicato il


Torna su