Governo Berlusconi e politica estera: per il momento solo questioni interne. Mai citati neppure USA

Durante il suo discorso alla Camera, Silvio Berlusconi non ha parlato mai di politica estera. Brutto segno oppure no?

Con un Bush che si appresta a uscire di scena (ma che da Israele lancia minacce all'Iran) e nella prudente attesa di chi ne prenderà il posto non era il caso di sbracciarsi più di tanto: l'Iraq e i suoi 33 morti italiani sono ormai consegnati al passato, quando bisognava compiacere l'alleato americano e unirsi entusiasticamente a lui nella guerra globale al terrore.

Anche sull'Afghanistan Berlusconi non è andato al di là delle lodi di prammatica per il contributo umanitario e di consolidamento della democrazia fornito dalle nostre truppe. Che in sette anni di guerra non ci sia stato nessun consolidamento e che quel paese viva tuttora in una drammatica situazione di crisi economica e di guerra civile - non era il caso di ricordarlo.

Come pure di menzionare la vera e fondamentale questione sul tappeto: la richiesta degli Stati Uniti di mandare altre truppe e altri mezzi nel Sud per combattere i talebani. Nessuno in Europa ne vuole sapere e neppure il filoamericano Berlusconi, e così ha taciuto.

Insomma il governo Berlusconi quater si è presentato alle Camere senza un programma di politica estera. In campagna elettorale qualcuno del Popolo della libertà aveva chiesto una modifica della missione delle nostre truppe in Libano in funzione anti-Hezbollah, come se la decisione spettasse a noi e non invece alle Nazioni Unite. Il nuovo ministro della difesa La Russa, dopo avere parlato con i generali sul campo, ha fatto marcia indietro. Gli avranno spiegato che se Israele, con la sua potente macchina da guerra, non è riuscita a disarmare le milizie sciite, è improbabile che ci riescano gli italiani, a meno di non mettere in conto un notevole numero di caduti.

In questi anni di bushismo declinante si fa una grande confusione tra missioni umanitarie, di peace-keeping e di peace-enforcing. Le truppe, non solo le nostre, vengono spedite in giro per il mondo armate quanto basta per dare l'impressione di essere soldati sul piede di guerra. Ma per ottenere l'approvazione di parlamenti recalcitranti si vincola la loro presenza ad interventi umanitari, di addestramento o di consolidamento delle istituzioni. Tutti programmi vaghi, scarsamente finanziati e di efficacia pressoché nulla.


Dopo che i soldati italiani hanno lasciato Nassiriya, dopo che per anni avevamo sentito le meraviglie che stava compiendo la governatrice Barbara Contini (ora eletta al Senato con il partito di Berlusconi), tutto è ritornato come prima (ammesso che sia mai cambiato). La provincia è in preda alla guerra civile, i programmi di ricostruzione non sono mai stati completati e delle forze di polizia addestrate dagli italiani non ce n'è traccia. Lo stesso vale per l'Afghanistan, dove, pudicamente, non si parla più della missione affidata all'Italia (e ignorata dalla stampa internazionale): la formazione dei giudici - dei giudici, in un paese dove la corruzione, il commercio dell'oppio e la guerriglia la fanno da padrone!

Erano tutte parole al vento per nascondere la semplice realtà, peraltro mai mascherata dagli americani: le truppe servono per fare la guerra, per sconfiggere il nemico di turno nella grande lotta globale per l'egemonia e per il controllo delle risorse. Se voi europei non la volete fare, trovatevi qualche altra occupazione, tanto per passare il tempo; al resto, quello che veramente conta e per cui anche voi sareste lì -- combattere -- ci pensiamo noi.

Ipocrisia a parte, se questa divisione del lavoro internazionale funzionasse, sarebbe già qualcosa: stabilizzato il paese di turno, ristabilita la pace, si aprirebbe il tempo dei commerci e degli arricchimenti. Chi è già sul posto con la propria bandiera ne uscirebbe avvantaggiato. E' quello che hanno pensato tutti i paesi della "nuova Europa" che si erano affrettati a rispondere alla chiamata di Washington: contavano su favori e contratti. Ma così non è andata. Dick Cheney i contratti della Halliburton, della Blackwater, della Kellogg Brown and Root se li è tenuti stretti e agli alleati sono arrivate solo le briciole.

E' per questo motivo che i polacchi stanno puntando i piedi sullo scudo missilistico. Ma come, dicono, abbiamo inviato migliaia di uomini, abbiamo subito decine di morti, per farvi piacere, e non ci avete concesso neppure l'esenzione dal visto per i nostri turisti quando vogliono andare negli USA! Adesso, se volete piazzare i vostri missili antimissile, vogliamo in cambio un bel po' di aerei e di tecnologia militare perché - a chi volete darla a intendere - con quei missili sul nostro territorio noi diventiamo un bersaglio potenziale per la Russia e dobbiamo poterci difendere.

Il ministro degli esteri italiano Frattini, appena preso possesso del suo dicastero, sembra invece voler seguire la vecchia strada: presentarsi con il cappello in mano sperando ancora di ottenerne qualche beneficio. Dall'America latina, dove si trova, ha chiesto di entrare a far parte del gruppo dei cinque grandi (più la Germania) che discutono la questione del nucleare iraniano, ingresso che era già stato rifiutato all'Italia ai tempi del precedente governo Berlusconi.

Per ingraziarsi gli americani ha denunciato con forza la pericolosità dell'Iran e ha anche lanciato un monito contro Hezbollah, sostenendo che in Libano non può esservi "uno stato nello stato".








Fonte: pubblicato il


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