Wi-fi e problemi di salute come tumori: indagine a Report su Rai Tre contestata

Sono piovute fior di accuse contro il servizio mandato in onda dalla Rai sulle onde wifi: risalirebbe ad oltre un anno fa esponendo cose non vere

Demandando il lettore ad altra sede per un'analisi critica degli altri tre approfondimenti, lo avvertiamo che il segmento sul Wi-Fi è stato un brogliaccio di pura disinformazione, tanto più pericolosa perché incentrata su un tema di forte innovazione, e quindi sempre a rischio di scetticismi o rigurgiti antimodernisti, che invece intendo sfatare ad ogni piè sospinto.

Il servizio — la Gabbanelli è onesta e ne fa menzione all'inizio — è stato confezionato da tal Paul Kenyon, conduttore del famoso programma Panorama della BBC, mandato in onda sull'emittente inglese un anno fa (21 maggio 2007 — video originale). Nel video, della durata di circa mezz'ora, la tesi portata innanzi è quella di un molto moderato, quasi tangente l'allarmismo ma mai troppo esasperato da scadere in dietrologia da avanspettacolo; eppure, forse, ancor più pericoloso per quanto sopra esposto. In pratica — si asserisce — i router e i modem Wi-Fi, ormai ubiqui e, almeno in Inghilterra, presenti in più della metà delle scuole, sono paragonabili ai ripetitori della telefonia cellulare in quanto a dannosità (che invece emettono onde radio in quantità assolutamente maggiore).

In realtà, il divario di potenza fra le onde radio emesse dai telefoni cellulari rispetto alle onde Wi-Fi è così ampio che, secondo l'HPA (Health Protection Agency, l'equivalente del nostro Istituto Superiore della Sanità), per assorbire un quantitativo di onde radio equivalente a venti minuti di esposizione ad un ripetitore cellulare occorre un intero anno di esposizione ad un modem Wi-Fi; nel rapporto cui rimando è detto precisamente che il quantitativo di onde radio emesso da un router Wi-Fi è di 0.1 watt, ben al di sotto dei limiti di sicurezza imposti dall'HPA, avuto riguardo alle linee-guida dell'ICNIRP, un ente internazionale costola dell'OMS che studia le radiazioni e i suoi effetti.

Ma parte della metodologicamente astrusa deduzione del Kenyon s'impernia su di una critica «ragionata» al metro di valutazione di pericolosità delle radiazioni usato proprio dall'ICNIRP: egli sostiene che il metodo usato — misurare il livello termico che le radiazioni producono — non sia abbastanza prudente, piuttosto ritenendo, il Kenyon, che sarebbe meglio usare un indice «biologico», del quale però non si azzarda a spiegarne il funzionamento, posto che vi possa essere; tuttavia nelle parole del professor Malcom Sperrin, riportate dalla BBC in un articolo successivo alla messa in onda del servizio, «c'è chi sospetta che vi possa essere interazione [fra le onde Wi-F e gli organismi, ndr] ma non c'è alcuna prova che effettivamente esista, ed è anzi improbabile»; inoltre, in un ulteriore articolo della BBC — ricordiamo che è la stessa emittente che ha messo in onda il servizio di Kenyon — si fa presente come le radiazioni si bipartiscano in ionizzate e non ionizzate; che le radiazioni emesse dai telefoni cellulari e dagli apparecchi Wi-Fi fanno parte di quelle non ionizzate (e, pertanto, controllate dall'ICNIRP, International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection), essendo in questo differenti da quelle ionizzate (quali i raggi X), che non possono produrre modificazioni dei tessuti biologici e del DNA; e che, quindi, «Le radiazioni non ionizzate non emettono una quantità sufficiente di energia a ionizzare gli atomi, e quindi ad alti livelli d'esposizione possono solo eccitarli, causandone un surriscaldamento [...] Questo è il tipico processo per mezzo del quale un forno a microonde riscalda il cibo [...] Un tipico forno a microonde ha un'intensità radioattiva superiore di 100.000 volte a quelle di una rete Wi-Fi»

Sempre nel corso del doumentario, Paul Kenyon mette in evidenza le dichiarazioni, per nulla perentorie, del professor Lawrie Chellis, capo dell'MTHR (Mobile Telecommunications and Health Research), secondo il quale «non significa che il wi-fi conduce automaticamente alla malattia ma potrebbe. Oppure che potrebbe non esserci alcun effetto e quindi nulla di cui preoccuparsi, oppure, che queste persone potrebbero rivelarsi le cavie, i canarini umani del futuro».


Probabilmente però, il professore ha inteso rettificare in parte il proprio giudizio, quando proprio il giorno seguente alla messa in onda del controverso filmato sulla rete britannica, la stessa emittente ha ritenuto opportuno presentare, all'interno dell'articolo sopra citato, molto più bilanciato — e a mio giudizio molto più condivisibile — in cui si fa riferimento ad un mero «consiglio» del professor Chellis, che sostanzialmente invita i bambini a non navigare con un portatile sulle gambe, ma ad appoggiarlo su di un tavolo. Il tutto, al netto di qualsivoglia evidenza medica o fisica che attesti che il Wi-Fi faccia male, anche solo un po'; si tratta di mero principio di precauzione, che a rigor di logica andrebbe usato per quasi qualsiasi altro elemento con cui l'essere umano viene in contatto quotidianamente (il Wi-Fi trasmette alla frequenza di 2.4GHz, la stessa dei telefoni cordless e delle periferiche bluetooth, contro i quali nessuno si è scagliato — finora?).

Infine, nel documentario viene presa in considerazione, con tanto di interviste a due malate, la pseudo-patologia rispondente al nome di ipersensibilità elettromagnetica, a causa della quale si patiscono dannosi effetti collaterali quali nausea, estrema sensazione di calore e mal di testa. Ora, Paul Kenyon non fa alcuna menzione di decine di studi scientifici — e non di mere autodiagnosi di alcuni individui — addirittura antecedenti alla realizzazione del documentario, di cui uno comparatistico di 31 singoli esperimenti, di cui 28 negativi, e solo 3 «quasi» positivi (approfondimento). Insomma: nel documentario viene usata l'esposizione mediatico-scenica di due donne che lamentano sintomi piuttosto significativi, ma non si dà minimamente conto del momento scientifico-teorico della «malattia», che invece la invalida quasi radicalmente.

Insomma: sembra proprio — e per essere clementi — che il documentario confezionato da Paul Kenyon abbia più di un punto oscuro, e che la redazione di Report abbia peccato di scarsa professionalità, anzitutto nel mandare in onda un documentario ormai vecchio di un anno — sappiamo tutti quanto il tempo corra più in fretta nella tecnologia che in altre branche del sapere umano — senza aggiungere alcunché di proprio, ma soprattutto sottacendo le correzioni e le smentite che, sia in Rete sia sul sito della stessa BBC, sono state fatte nel corso dei mesi successivi, financo un'analisi di una commissione interna della stessa BBC che, in data 30 novembre 2007, ha certificato come Wi-Fi: a warning signal fosse portatore di una asimmetria informativa nel senso dell'allarmismo.
Al massimo, la signora Gabbanelli ha chiosato banalmente qui e lì aggiungendo piccolezze, più per spezzare il filmato che per aggiungere informazioni sostanziali, chiudendo con una vera e propria bufala tecnica, attribuita a fonti interne all'italiano CNR: «Visto che sono stati spesi tanti soldi per cablare le città con fibra ottica, più sicura, meno inquinante e che garantisce lo stesso servizio, perchè abbandonare questo sistema per adottare poi quello via etere?».

Anzitutto, di soldi per cablare le città con fibra ottica non ne sono stati spesi molti; tutt'altro, anzi, ché è dal 1997, all'atto dell'abbandono del Progetto Socrate, che Telecom Italia non cabla più in fibra, e solo ora si è ricominciato, blandamente, a farlo, in attesa della (molto) futura FTTC+VDSL2, una sorta di fibra ottica ibridata con l'ADSL che verrà commercializzata a partire dal 2012; di poi, che la fibra ottica sia meno «inquinante» del Wi-Fi è tutto da vedersi, date le considerazioni, che giudico significative, dei molti uomini di scienza che smontano le tesi di Kenyon; infine, sostenere che la fibra fornisca «lo stesso servizio» del Wi-Fi è ignorare le basi dell'informatica.








Fonte: pubblicato il


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