Irpef: novità e modifiche da apportare secondo studio condotto dal ministero

Presentato il 'libro bianco' del Fisco. Analizziamo tutte le novità introdotte

"La riduzione dell'evasione Iva - ha detto Visco - potrebbe consentire una riduzione dell'imposta superiore ai due punti di Pil", pari cioè a oltre 30 miliardi di euro. "Ci sono tante imposte - ha aggiunto riferendosi al progetto di eliminare tout court l'Ici - se si vuole ridurne una si può ridurre l'Irpef". Secondo il viceministro uscente l'abolizione dell'Ici sulla prima casa "dà un vantaggio a chi non ne ha bisogno: non si trova un economista che dica che va abolita". Visco ha poi sottolineato che "in tutto il mondo la finanza degli enti locali è basata su questa imposta patrimoniale. Negli Usa l'imposta media è l'uno per cento del valore di mercato, non di quello catastale. La gente protesta, ma la paga perché sa che i servizi dipendono da quello".

Il "Libro bianco" sull'Irpef ricostruisce la storia ultratrentennale dell'imposta, mettendone a fuoco le criticità, e fornisce alcune indicazioni concrete per una possibile riforma "che abbia la maggiore efficacia per il beneficio dei cittadini". La Commissione, composta da circa quaranta esperti, ha concluso i lavori nel febbraio 2008. Oltre 400 pagine di analisi, dati e soprattutto proposte concrete per razionalizzare e semplificare l'imposta sui redditi delle persone fisiche e modernizzare i meccanismi di prelievo e trasferimento alle famiglie.

I risultati sono stati presentati dal presidente del gruppo di lavoro, Claudio De Vincenti, insieme ad Antonio Pedone e Alessandro Petretto. Tra le criticità dell'imposta - ha sottolineato Visco - "la base imponibile molto ristretta, che si limita sostanzialmente ai redditi di lavoro e di pensione" e la mancanza di un coordinamento con i sistemi di tassazione previsti per altri tipi di reddito. Inoltre il gettito dell'Irpef è molto elevato, soprattutto se lo si confronta con altre fonti di prelievo: l'Iva, ad esempio, fornisce un gettito inferiore di due punti di Pil rispetto a quanto accade in altri Paesi. Di conseguenza, "la riduzione dell'evasione dell'imposta sul valore aggiunto, che avrebbe anche effetti indiretti di allargamento della base imponibile Irpef, dovrebbe in prospettiva consentire una riduzione dell'incidenza dell'imposta superiore ai due punti di Pil".

L'imposta andrebbe poi riorganizzata, e il prelievo reso più trasparente, superando il sistema delle detrazioni o deduzioni di imposta decrescenti rispetto al reddito, che determinano - ha continuato Visco - "una progressività molto elevata sui redditi bassi e un'incidenza troppo elevata sui redditi medi che risultano i più penalizzati dall'attuale struttura".

Stop all'uso dell'imposta come strumento di elargizione di incentivi specifici, spesso di scarso rilievo quantitativo, perché in questo modo vengono meno semplicità e razionalità del prelievo e si va verso una gestione sempre più complicata dell'imposta, a danno dei contribuenti.
Manca, infine, un coordinamento tra il prelievo Irpef e gli assegni familiari, che andrebbero unificati alle detrazioni per carichi di famiglia tramite un sistema di imposta negativa, mentre supera l'esame l'attuale tassazione su base individuale, perché lo splitting, ovvero la tassazione per parti (o quoziente familiare) finirebbe per ridurre l'imposizione per i redditi elevati, scoraggiando inoltre il secondo lavoro familiare.


Di fronte di queste criticità, dunque, occorre ridurre la prima e la terza aliquota, oggi al 23 e al 38%, fino al 20 e al 36% rispettivamente. Un primo passo - si legge nello studio - potrebbe essere il taglio di un punto dell'aliquota per i redditi fino a 15mila euro e la rimodulazione delle detrazioni personali, scorporando la detrazione per "minimo lavorativo" e quella per "spese di produzione del reddito". Successivamente si potrebbe ridurre l'aliquota per i redditi fino a 55mila euro dal 38 al 36 per cento e la prima di un ulteriore punto percentuale, fino a portarla - ed è questa la "terza tappa" ipotizzata dagli esperti - al 20 per cento. In quest'ultima fase dovrebbero essere definitivamente riproporzionate le detrazioni per minimo lavorativo e quelle per pensione.

Via libera, poi, all'introduzione di una "dote fiscale", proporzionata al numero dei figli, che riassorba gli attuali assegni per il nucleo familiare e le detrazioni Irpef, incrementando in modo significativo il sostegno alle famiglie. "Lo Stato - si legge ancora nella relazione - dovrebbe dotare ogni figlio, indipendentemente dal tipo di occupazione dei genitori (dipendente o autonomo) di un ammontare di reddito annuo che fornisca un consistente sostegno alla famiglia per le spese di mantenimento ed educazione". Obiettivo: promuovere pari opportunità attraverso uno strumento "di ispirazione universalistica". La dote - calcolata sulla base di un indicatore di reddito familiare - dovrebbe infatti essere garantita anche agli incapienti e, seppur in misura minore, anche ai redditi più elevati. Dipendenti e parasubordinati la riceverebbero direttamente in busta paga, mentre gli autonomi ne usufruirebbero in sede di dichiarazione dei redditi.

Infine, il problema dell'incapienza, che andrebbe affrontato, secondo gli esperti, con l'imposta negativa. "Il problema - spiegano - trova una risposta nella stessa introduzione della 'dote' per il sostegno delle famiglie con figli; per quanto riguarda in generale i contribuenti con reddito basso, si può prevedere l'erogazione di una somma corrispondente alla detrazione che eccede l'imposta lorda e che altrimenti non potrebbe essere goduta dal contribuente". In sostanza, si tratterebbe di erogare in busta paga a favore dei lavoratori incapienti la detrazione "spese di produzione del reddito", mentre per coloro che sono ai margini del mercato del lavoro andrà costruito uno strumento distinto.





Fonte: pubblicato il


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