Video Mangano è un eroe così lo definisce Silvio Berlusconi. Anche la Lega si dissocia

Scelta difficile quella di includere Vittorio Mangano nel Governo del Pdl. Ecco tutta la situazione

Vittorio Mangano, poche ore fa difeso a spada tratta dal tandem Silvio Berlusconi-Marcello Dell'Utri, che non hanno stentato a definirlo una figura eroica, è stato oggi restituito al rango che gli è più proprio. Ci hanno pensato Walter Veltroni, ma anche Anna Finocchiaro, l'Associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili e, dulcis in fundo, lo stesso compagno di schieramento del Cavaliere e del suo fedele consigliori: Roberto Maroni della Lega Nord. 

"Io condivido le parole di Veltroni: gli eroi per me sono Falcone e Borsellino", ha dichiarato l'ex ministro delle milizie verdi nel videoforum di Repubblica.it, scaricando il capo coalizione e il suo Tigellino, ma al contempo tentando anche una -debole- difesa d'ufficio della sua parte, ricordando quanto fatto dal centrodestra per contrastare la mafia (e qui l'immaginazione deve fare un grande sforzo, soprattutto per dimenticare la convivenza con Cosa nostra prospettata negli anni scorsi da un ministro berlusconiano, Pietro Lunardi). Effettivamente era stato Veltroni per primo a commentare la vicenda durante il programma Uno Mattina. Parole semplici e di buon senso, le sue. 

"Quando leggo che il principale esponente dello schieramento avverso definisce eroe una persona condannata per reati gravissimi e all'interno del processo intentato da Falcone e Borsellino, dico che la differenza sta qui: per noi eroi sono Falcone e Borsellino". Detto questo, Veltroni è poi passato al contrattacco: sulla mafia, ha affermato, "bisogna mandare messaggi chiari" mentre Berlusconi "dà un messaggio ambiguo". Del resto, la politica deve fare la sua parte necessaria e vitale per sconfiggere la criminalità organizzata: "deve essere netta e chiara rifiutando ogni forma di relazione e di rapporto e di tornaconto", ha sottolineato il leader del Pd, evidenziando anche come "noi quei voti insanguinati non li vogliamo". 

Una voce critica non poteva che provenire dall'Italia dei Valori, dove Leoluca Orlando, sindaco protagonista della famosa stagione della Primavera di Palermo, ha voluto semplicemnte ricordare come "quelle parole (di Berlusconi e Dell'Utri, ndr) non fanno che confermare la vera natura mafiosa ed eversiva di quella parte politica che ha in Dell'Utri il proprio alfiere e portavoce".

In sostanza, cronache di un paese anormale. Come dimostra l'attenzione suscitata dal caso anche al di fuori dei confini nostrani. Oggi, il giornale inglese Times è tornato sulle affermazioni di Dell'Utri, ricordando la sua biografia e quella dell'eroe Mangano: il primo, "che nel 1994 aiutò Berlusconi a darsi alla politica e a fondare Forza Italia", attualmente "condannato a 9 anni di carcere per legami con la mafia, ma si è appellato contro la sentenza e aspetta il nuovo processo", il secondo, invece, "condannato per implicazioni in un omicidio di mafia e nel 2000 morto di cancro mentre era in carcere". E, tanto per gradire, il Times aggiunge anche come proprio Dell'Utri "nel frattempo rimane senatore ed è responsabile di una rete di club di Fi, oltre che uno dei consiglieri di Berlusconi a lui più vicini".

Giusto per non perdere la memoria. Dal 1974 al 1976, Mangano è assunto come "stalliere" tutto fare ad Arcore, nella villa di Berlusconi e famiglia, rispetto a cui, racconta lui stesso al processo a carico di Dell'Utri nel 2004, vantava rapporti fraterni: "Io e Berlusconi eravamo come parenti". A sponsorizzarlo davanti agli occhi del Cavaliere è proprio l'amico di sempre: Dell'Utri. Il curriculum del fattore quando arriva in casa Berlusconi è già piuttosto nutrito. Allevato da Stefano Bontade, il boss raffinato di città ucciso dai "viddani", i corleonesi di Totò Riina lanciati alla conquista del potere, Mangano è denunciato più volte, più volte condannato e 5 volte arrestato. 

I reati attribuitigli sono molteplici: dall'estersione ai rapporti con la mafia e i narcotrafficanti, dall'emissione di assegni a vuoto alla truffa. Nel 1980 è condannato in via definitiva per associazione a delinquere con Cosa nostra (processo Spatola) e poi per traffico di droga (nel maxiprocesso istituito dal superpool di Falcone e Borsellino). Tredicianni è il totale della pena che incassa. Nel 1999, poco prima di morire, finirà di nuovo in carcere per tre omicidi e condannato in primo grado a due ergastoli. Di lui parlò nella sua ultima intervista lo stesso Borsellino che lo portò in Tribunale. Così come dello stesso Dell'Utri. 

Era il 19 maggio del 1992, pochi giorni prima che saltasse in aria il collega-amico Falcone e pochi mesi prima della sua stessa morte a via d'Amelio. Conversando con Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi, Borsellino raccontò che lo stalliere di Arcore "fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d'onore appartenente a Cosa Nostra", in particolare "della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova". Non una novità, secondo lui, visto che "già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo". Cosa facesse Mangano, "che risiedeva abitualmente a Milano", ricorda sempre Borsellino, era chiaro: "costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane", spiegava il giudice ai giornalisti.

E per esser ancora più netto aggiungeva: "era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell'organizzazione mafiosa nel nord Italia". Il ruolo annoso nel traffico di droga mafioso giocato da Mangano trova conferma anche in una telefonata, intercettata nel 1980, fra lui e Dell'Utri, quando i due parlano di affari e di cavalli, laddovè -come ha spiegato lo stesso Borsellino riferendosi alla sua esperienza passata nel superprocesso- con i cavalli si intendevano gli stupefacenti. "Questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga", sosteneva il giudice.





Fonte: pubblicato il


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