Meglio Veltroni di Berlusconi secondo il giornale Economist che, però, li boccia entrambi

Duro attacco del giornale britannico The Economist al Cavaliere, accusato di non preoccuparsi dei reali problemi dell'Italia

Speciale sulle elezioni italiane nell'ultimo numero di "The Economist".

Vista la natura e il taglio del periodico, naturalmente le pagine riservate all'articolo riportano soprattutto un lungo studio comparativo dei programmi economici dei due partiti candidati alla vittoria finale, il Pdl di Silvio Belusconi e il Pd di Walter Vetroni. Bocciandoli entrambi come "non abbastanza coraggiosi", l'obiezione che viene mossa è quella che nessuno tra i due ha il coraggio di affrontare il problemi dei tagli dei posti di lavoro, che comporterebbe un inevitabile "scontro diretto con i potenti sindacati".

Secondo il giornale britannico, questo tipo di situazione determina nuovamente quel vizio nostrano legato al termine "immobilismo" (volutamente lasciato in italiano nel testo proprio per rafforzarne il concetto), che in fondo ci portiamo dentro sin dalla nascita dell'unità italiana, come un libro emblematico della storia della nostra cultura letteraria, "Il gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, citato laddove ben interpreta la teoria del "cambiare tutto affinché nulla cambi".

Il seguitissimo giornale di Londra lascia un messaggio fondamentale: "Berlusconi è ancora l'uomo più ricco d'Italia, è ancora circondato dal conflitto d'interessi, e quindi ancora inadeguato, anche se fosse un grande riformatore, a governare l'Italia". Circostanza minima per provare a votare Veltroni, chiosa "The Economist".

Tornando ai temi economici, viene messo in evidenza il "paradosso" di un Pd pronto a portare avanti una politica di liberalizzazioni già avviata dal governo precedente con il ministro Pierluigi Bersani, a fronte di un centrodestra che, attraverso colui che tornerebbe a ricoprire il ruolo di ministro dell'economia, Giulio Tremonti, minaccia di incalzare l'Unione europea per tornare ai dazi doganali, in particolare nei confronti delle merci provenienti dai paesi asiatici.

Fin qui l'analisi del momento pre-elettorale. Ma poi, con un atto di coerenza giornalistica dal quale forse ben più di una testata nazionale dovrebbe prendere esempio, "The Economist" torna ad esprimere la propria opinione sulla figura e l'operato di Silvio Berlusconi, ancora una volta giudicato "semplicemente inadeguato a governare una democrazia moderna". Un concetto chiaramente espresso dalla rivista inglese di economia sin dal lontano 1994, allor quando subito dopo la sua prima vittoria elettorale, in un editoriale venne esplicitamente chiesto al Cavaliere di dimettersi.

Ora si rincara la dose, ricordo che nella precedente legislatura (2001-2006) "alcuni dei suoi sforzi hanno prodotto leggi che l'hanno aiutato a evitare condanne; altri sono sfociati in attacchi alla magistratura, altri ancora nell'introduzione di un sistema elettorale parzialmente concepito per mantenerlo al potere. Ora che si è liberato dela maggior parte dei suoi problemi giudiziari, piò pensare di più a ricoprire un ruolo nella storia come grande riformista, e meno a restare fuori di prigione... ...Ma è improbabile -prosegue l'articolo-, perché non ha mai dimostrato grande interesse per le riforme, ed è molto più probabile che i suoi occhi sino puntati sulla via populistica per la presidenza della Repubblica".








Fonte: pubblicato il


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