Indecisi per voto elezioni Aprile 2008 sono soprattutto i piccoli imprenditori. I motivi

Analizziamo i motivi per cui gli indecisi sul voto da dare alle elezioni di Aprile sono maggiormente i piccoli imprenditori

Quindici anni fa, quando grosso modo cominciò l'avventura del sistema maggioritario, la prima critica che si mosse da parte dell'elettorato che pure lo aveva scelto fu quella di una limitazione della sovranità popolare. L'impossibilità di votare liberamente per il candidato del proprio partito, la necessità di fidarsi di quello imposto dalla coalizione preferita avrebbe dovuto nello stesso tempo consentire ai cittadini elettori, obbligati ad affacciarsi per la prima volta fuori dall'orticello del proprio partito, di partecipare attivamente a un livello più alto di dibattito, quello previsto appunto della coalizione, come prevedeva il sistema maggioritario.

Di fatto si realizzò invece la prima significativa erosione di quel diritto di scelta che poi sarebbe stato negato dalla politica almeno fino ad oggi, consumato nell' equazione un po' furbesca e per certi versi paradossale che essendo il voto maggioritario più maturo e consapevole, la professione di fede politica dei cittadini si sarebbe dovuta spostare senza tante scosse dal partito di appartenenza alla più vasta alleanza della coalizione.

Per la verità i cittadini, la "società civile" come cominciava ad essere definita la parte della popolazione attiva politicamente, ce la mise tutta per fare bene questo salto di livello. Malgrado il ciclone di tangentopoli, malgrado la caduta e il dissolvimento di partiti storici come la DC e il partito socialista e il contemporaneo affacciarsi sulla scena di nuove formazioni, come la Lega e Forza Italia, la gente comune si fece sentire nelle strade e nelle piazze, ma il senso di rivalsa ancora bruciante verso il tradimento di una classe politica distante e ladrona ebbe il sopravvento sulla ragionevolezza e al di là dei lanci di monetine a Craxi non riuscì ad esprimere altro che un colorito "giustizialismo".

Il centrosinistra restò a guardare, completamente ingessato nella gioiosa quanto inutile macchina da guerra annunciata da Achille Occhetto e così il nuovo partito di Silvio Berlusconi seppe cogliere più rapidamente di altri l'ansia di rinnovamento del paese - oggi potremmo dire in buona parte determinata dall'esigenza di ritrovare in fretta stabili punti di riferimento in quel terremoto generale, e vinse le elezioni portando a palazzo Chigi un uomo che era quanto di più lontano dalla politica si potesse immaginare. Ma Berlusconi era anche del tutto estraneo alla democrazia e il suo primo governo naufragò dopo appena sei mesi. Poi arrivò l' Ulivo di Romano Prodi e quella campagna fra l'inverno del 1995 e la primavera del 1996 rappresentò il momento più alto di compartecipazione fra politica e società civile che il centrosinistra italiano abbia mai conosciuto. Ci voleva la scossa del primo Berlusconi per passare dalle monetine lanciate a Craxi alla riflessione più consapevole, e così l'Italia approdò al primo governo di centrosinistra, anche se con la mina vagante della "desistenza" sub iudice di Rifondazione.

Gli indecisi nel 1996 seppero decidersi perché in modo del tutto inaspettato il pullman del professore riuscì a seminare in giro per il paese il seme fecondo di una nuova partecipazione alla politica consapevole e appassionata, che spiazzò tutti i partiti inizialmente scettici verso i "comitati Prodi" che spuntavano come funghi. Ci si riuniva ovunque si potesse farlo e si discuteva, si lanciavano idee e si ascoltavano le proposte degli altri senza badare alle bandiere, al partito di provenienza, anche perché sempre più spesso a partecipare erano cittadini fino a quel momento del tutto estranei alla politica.


Fu un momento magico quello, un brodo primordiale e autenticamente rivoluzionario di idee in ebollizione che avrebbe potuto far sorgere in anticipo, se soltanto la nostra classe politica ne fosse stata all'altezza, quel paese che ancora stiamo cercando di costruire. Per dirne soltanto una da quella solidarietà diffusa, da quella passione autentica e partecipata avrebbero dovuto far nascere con 15 anni di anticipo le elezioni primarie con cui "aggiustare" un meccanismo elettorale maggioritario ancora deficitario garantendo un ricambio vero della rappresentanza politica.

Ma non andò così. Il PCI era finito nel 1991 e il nuovo partito dei democratici di sinistra aveva ancora una partita aperta alla sua sinistra con la neonata Rifondazione. Il mondo stava cambiando rapidamente e con esso anche il nostro Paese, con una consistente fetta della popolazione che andava spostandosi sempre più decisamente dal lavoro dipendente all'iniziativa privata anche e soprattutto grazie ai tanti - forse oggi diremmo troppi - bonus previdenziali, (scivoli su scivoli, prepensionamenti facilitati, pensioni "baby" e via elencando) veri frutti avvelenati di una cogestione politico-sindacale. Chi allora ne beneficiò - operai e quadri, impiegati pubblici - manifestando in piazza per ottenerli insieme ai sindacati e ai partiti di sinistra, oggi a distanza di vent'anni rappresenta lo zoccolo duro di quei commercianti, artigiani e imprenditori stretti attorno a Berlusconi e alla Lega. Irriconoscenza ? Forse, ma non solo, perché nei fatti il consociativismo che partorì questa anomala ondata di lavoratori autonomi si curò allora soltanto dei loro voti, non capì in tempo come e quanto stesse mutando la classe lavoratrice perché i parametri di giudizio di partiti e sindacati erano fino a qualche anno fa gli stessi - ormai del tutto inadeguati - di venti anni prima.
Ebbene, la massa critica di questo centro ondivago che nel nostro paese decide le sorti della politica alle elezioni è oggi in buona parte costituita da questi cittadini, che proprio in virtù di questa loro scelta di vita fatta più di vent'anni fa, dal lavoro dipendente al rischio di impresa, si considerano oggi - e non senza ragioni - come degli apolidi della politica e così fanno i franchi tiratori, una volta da una parte e una volta dall'altra, fiutando l'aria che tira e decidendo non in base a un credo politico ma alle convenienze personali. Perché la trama fittissima che intreccia politica ed affari copre tutto e tutti nel nostro paese e i migliori affari, si sa, si fanno in genere all'ultimo momento utile.

Ecco perché il maggior numero di indecisi sta a destra. Non tanto perché a destra non esiste passione politica vera, ma perché i campioni che il popolo della destra italiana si è scelto con la politica vera hanno poco o nulla a che fare, e molto invece con gli affari. Non a caso Berlusconi ha sempre avuto un occhio di riguardo per gli imprenditori, per chi "produce" capitale, glissando sempre sul fatto che tra l'idea imprenditoriale e il prodotto finale ci stanno in mezzo gli operai, che il mercato libero ha trasformato in schiavi disposti a tutto, anche a morire per portare il pane a casa.

Veltroni qualche giorno fa, da una delle sue tappe nel nord est, ha spiegato i motivi per cui il PD vuole essere vicino a entrambe le categorie, gli operai e gli imprenditori autonomi appunto. E ha raccontato come sia stato ricorrente da quelle parti il fenomeno della crescita e della trasformazione sociale, l'autista di camion che diventa padroncino, l'apprendista artigiano che alla fine riesce a mettere su l'officina in proprio. E ha ricordato le difficoltà burocratiche, le lungaggini dello Stato da una parte, per chi cerca di fare impresa, e la solidarietà che pure esiste, soprattutto nelle microimprese, fra padroni e dipendenti.
Tutto vero, salvo il fatto che oggi non è più così, perché se si continuano a ritagliare diritti e tutele soltanto da una parte non c'è talento e coraggio che possa più garantire a un operaio di diventare imprenditore di se stesso, o a un laureato che lavora nel call center di diventare dirigente. Perfino la categoria dei medici comincia ad annaspare in Italia, se non sei figlio di qualche barone fai la fame come gli altri e metti gli annunci su Porta Portese.

Veltroni ha chiamato Calearo e Colaninno nel Pd. E anche Nerozzi, dirigente sindacale CGIL. E qualche anno fa Dalema e Scalfaro insignirono il signor Arisio, leader della marcia filo padronale dei quarantamila quadri Fiat del 1980, del titolo di grande ufficiale della Repubblica italiana. La classe operaia andrà pure in paradiso, ma certo qui sulla terra se la gode pochino, se per ogni mille operai che muoiono ce ne è uno che va in parlamento. Sempre meglio che niente d'altronde, perché c'è anche chi in parlamento si porta i suoi avvocati.

Così alla fine, alla domanda di chi siano gli indecisi del 2008 potrebbero rispondere "sono nostri" sia il PD che il PDL, e sarebbe la classica mezza verità all'italiana.





Fonte: pubblicato il


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