Video: scontri in Tibet tra Monaci e plizia cinese per l'indipendenza. Ecco un raro filmato

Continuano gli scontri in Tibet tra monaci e polizia locale. Guardiamo questo filmato

Mentre il relatore speciale Onu sulla situazione dei diritti umani in Birmania, Paulo Sergio Pinheiro, riferisce da Ginevra che il processo di transizione democratica nel Paese del sudest asiatico 'è per ora una farsa', la capitale del Tibet è da giorni teatro di manifestazioni contro il regime di Pechino, che dal 1949 occupa con il suo esercito la regione himalayana.

Lhasa è un campo di battaglia. Sparatorie, scontri, auto e negozi dati alle fiamme. Caos e paura. Un numero imprecisato di morti e di feriti. Sono le poche notizie che riescono a squarciare il muro di silenzio imposto dalle autorità cinesi, il tragico e parziale resoconto di una protesta - iniziata lunedì, anniversario della rivolta del 1959 che si concluse con la fuga all'estero del Dalai Lama - che non accenna a spegnersi, nonostante la repressione dei giorni scorsi e l'assedio odierno dei tre principali monasteri del Paese. Una protesta che è la più violenta che il Tibet abbia vissuto da vent'anni a questa parte, e che sta assumendo i preoccupanti contorni di una vera e propria sfida alle autorità occupanti di Pechino.

Non è un caso che gli scontri in atto nella capitale tibetana esplodano ora, alla vigilia della nomina del nuovo governo cinese da parte dell'Assemblea Nazionale del Popolo e a pochi mesi dall'avvio delle controverse olimpiadi di Pechino, con i riflettori dell'opinione pubblica internazionale sempre più concentrati sull'irrisolta questione della tutela dei diritti umani e della democrazia. Ma le manifestazioni sono il frutto del convergere di una serie di fattori tanto annosi quanto contingenti. Come l'arresto, alcuni mesi fa, di alcuni monaci che avevano festeggiato il conferimento al Dalai Lama della Medaglia del Congresso statunitense. La richiesta della loro liberazione è infatti alla base delle proteste scoppiate lunedì, mentre dall'altra parte del confine, in India, alcuni tibetani in esilio organizzavano una marcia di protesta verso il confine, bloccata dalla polizia indiana. C'è poi la questione della linea 'pacifista' con cui il Dalai Lama ha accolto la notizia che Pechino avrebbe ospitato i giochi olimpici 2008, che non ha mancato di suscitare aspre polemiche in seno al popolo himalayano. Ma proprio dal leader spirituale tibetano giungono oggi parole molto dure nei confronti del regime cinese, di denuncia contro l'uso 'brutale' della forza e di invito alla moderazione. Accuse che Pechino respinge al mittente, incolpando 'la cricca del Dalai Lama' di aver orchestrato i disordini e restando in questo, almeno per una volta, isolata, perché quello che giunge da Europa e Stati Uniti è invece un coro di sdegno di fronte alla violenta repressione messa in atto contro i bonzi, simbolo esasperato del pacifismo e della non-violenza che fondano la religione buddista.

E' importante, ora, che i monaci si muovano con estrema prudenza, perché difficilmente la loro protesta riuscirà a fondersi con quella di altri gruppi religiosi o di quei cinesi che sognano un Paese più libero. Il governo di Pechino gode in questo momento di un indiscusso prestigio sia sul piano interno, sia su quello internazionale.

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