Primarie nel Partito Democratico: scontri tra Obama e Hillary Clinton favoriranno i Repubblicani?

I dibattiti tra Hillary Clinton e Obama rischiano di compromettere la vittoria di uno dei due contro il leader repubblicano. La soluzione? Uno dei due deve ritirarsi!

Le ultime due vittorie di Obama nel Wyoming e nel Mississippi gli hanno consentito di aumentare il distacco sulla sua rivale di circa 130 delegati (superdelegati presunti compresi). I due adesso stanno complessivamente 1608 a 1478 delegati. Sono ancora entrambi lontani dalla soglia minima di vittoria (2025 delegati), ma Hillary sta messa peggio e, a causa del sistema proporzionale in vigore nel partito democratico (a differenza di quello repubblicano), è ormai matematicamente impossibile che possa raggiungere l'avversario.

Nonostante la modestia del bottino di delegati, le due recenti vittorie conseguite da Obama hanno provocato l'ennesimo rovesciamento del favore popolare. Adesso, secondo alcuni sondaggi, Obama sarebbe il favorito tra gli elettori democratici e gli indipendenti con circa il 47 per cento contro il 44 di Hillary (la settimana scorsa era l'inverso); inoltre, nel futuro scontro con McCain Obama continua ad essere favorito rispetto a Clinton. Di negativo per lui c'è che nelle recenti competizioni Clinton sembra avere arrestato la fuga del suo elettorato di riferimento: le donne, gli anziani, i bianchi, i lavoratori a reddito basso. La corsa corre ora il rischio di polarizzarsi come una gara tra il candidato sostenuto dagli afroamericani e dai bianchi colti e più agiati e la candidata sostenuta dagli ispanici e dai bianchi, particolarmente dalle donne. Come già a gennaio hanno fatto nuovamente ingresso nel dibattito allusioni alle caratteristiche razziali e di genere dei candidati e alle "difficoltà" di un afroamericano o di una donna ad essere eletti presidente.

Ma lo scontro si sta accendendo in altri campi e in modo molto più esplicito e velenoso. A febbraio Hillary Clinton aveva cambiato la direttrice della sua campagna elettorale e la nuova, Maggie Williams, una vecchia amica afroamericana, l'aveva spinta ad adottare un atteggiamento più aggressivo nei confronti di Obama. Così si sono intensificati gli attacchi contro di lui: sulla sua presunta affidabilità come futuro "comandante in capo", sui suoi rapporti di interesse con un ricco sostenitore di Chicago (Tony Reztco) attualmente sotto processo per frode, e per avere - a detta della stessa Clinton - "vergognosamente" falsificato le sue posizioni sulla riforma sanitaria e sul Nafta (il mercato comune americano). Con la diffusione di una foto di Obama nel costume degli anziani somali è stata anche messa in dubbio la sua fede religiosa e la sua affidabilità nel contrastare il fondamentalismo islamico.

Sotto questi attacchi Obama ha per un po' mantenuto un profilo basso, contando sulla sua superiorità numerica e in coerenza con un tratto distintivo della sua campagna elettorale: non farsi trascinare nella rissa e rifuggire dal "vecchio modo di fare politica". Ma evidentemente anche i suoi consiglieri gli debbono avere detto che continuare a "fare il signore" senza rispondere agli attacchi può avere conseguenze molto negative. Così negli ultimi tempi anche lui si è gettato a capo basso nella mischia, contestando punto per punto le accuse di Hillary. Dopo il fair-play del dibattito in Texas, in cui sembrò addirittura che Clinton stesse considerando la possibilità di ritirarsi, i rapporti tra i due si sono inaspriti. E sono destinati a peggiorare nelle settimane che li separano dal prossimo grande appuntamento in Pennsylvania, il 22 aprile, in cui Clinton spera di strappare la vittoria e un buon numero di delegati.

Tutto ciò non può non impensierire i vertici del partito. Ogni giorno che passa ha la sola conseguenza di privare il partito democratico del suo candidato presidente, mentre i repubblicani hanno già messo in campo il loro. Non solo, le accuse che Clinton e Obama si stanno lanciando a piene mani giocheranno tutte a favore dei repubblicani quando inizierà la campagna elettorale vera e propria. E' per questo che tutti prevedano che tra non molto, prima che i due sfidanti si facciano troppo male, i maggiorenti del partito interverranno per cercare di porre fine alla corsa. Come? Convincendo l'uno o l'altro a ritirarsi.


Del resto all'orizzonte si profilano scenari ancora peggiori. Lo scontro sui superdelegati - come e per chi dovrebbero votare - rischia di provocare spaccature dannose, questa volta nel partito, e mettere a repentaglio decine di posti di senatore e di congressman. La questione di cosa fare dei delegati della Florida e del Michigan, esclusi dal partito perché avevano anticipato le rispettive primarie, deve essere risolta prima della convenzione a fine agosto. Se così non fosse si aprirebbe anche in questo caso un conflitto procedurale dagli esiti incerti, forse anche con strascichi legali. Ma se quei delegati venissero ammessi, allo stato delle cose ne trarrebbe vantaggio Hillary Clinton, mentre se si seguisse la proposta di Obama di escluderli o di fare svolgere nuove consultazioni, ma limitate, a trarne vantaggio sarebbe lui.

La situazione quindi appare bloccata.








Fonte: pubblicato il


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