Lugano: in 6 mesi 200 nuovi casi d'assistenza

Allarme povertà: sempre più persone, e sempre più giovani, non arrivano a fine mese

Da tempo in Ticino è allarme assistenza. Sempre più persone e famiglie non ce la fanno da sole ad arrivare a fine mese. La principale causa di assistenza in Ticino è la fine del diritto all’indennità di disoccupazione.

In questo scenario il Consiglio federale, i partiti storici, le associazioni economiche e sindacali vorrebbero estendere la libera circolazione delle persone ai nuovi Stati membri dell’UE, ciò che provocherà un aumento esponenziale dei casi di disoccupazione e di assistenza.

191 ASSISTITI IN PIU’

Nei primi 6 mesi dell’anno in corso il Comune di Lugano si è dovuto prendere a carico quasi 200 nuovi casi d’assistenza. Per essere precisi, 191. La cifra è leggermente inferiore a quella del semestre precedente (-12%) ma, precisa il direttore degli Istituti sociali comunali Paolo Pezzoli, «in questo settore variazioni del più o meno 10% non sono significative, e basta poco perché dal bilancio di fine anno risulti una tendenza inversa». La verità è che la situazione è e rimane critica. Preoccupa in particolare il fenomeno dei giovani sotto i 30 anni già a carico dell’assistenza. Che, su 191 nuove domande sono circa una quarantina. «Sono attualmente tanti e tendono ad aumentare – rileva Pezzoli -. Tra gli assistiti compresi nella fascia d’età tra i 26 e i 30 anni, una buona fetta non ha mai lavorato, o perché non ha una formazione, o perché non l’ha conclusa. Appare quindi evidente la necessità di puntare all’integrazione professionale di queste persone, tramite programmi di reinserimento professionale (PIP), che possono essere di lavoro, ma anche di formazione. A questo proposito ritengo che oggi si faccia ancora troppo poco. Ed è pertanto negativo che il Cantone, come misura di risparmio, abbia deciso di tagliare proprio sui programmi di inserimento professionale».

INSERIMENTO PROFESSIONALE

In effetti trovare un impiego per i disoccupati difficilmente collocabili e pertanto finiti in assistenza è comunque meglio che limitarsi ad erogare una semplice prestazione assistenzialista. Forse alcuni di questi disoccupati non forniranno dei contributi lavorativi di punta, ma in ogni caso il lavoro fornito ha comunque un valore, ed inoltre dal punto di vista psicologico e sociale è sicuramente meglio, sia per il settore pubblico che per il beneficiario, che in cambio della prestazione d’assistenza venga chiesto al beneficiario di svolgere un’attività. In questo modo la persona non si disabitua ai ritmi della vita professionale. Inoltre per i disoccupati più maturi poter svolgere un lavoro rimane sempre importante dal punto di vista dell’affermazione della propria identità. I giovani, dal canto loro, non si abituano all’idea di starsene a casa a farsi mantenere senza fare nulla. Senza contare che in non pochi casi il fatto di avere un lavoro per riempire la giornata tiene lontani da altri scenari (depressioni, abuso di alcool o di stupefacenti) che si traducono poi in maggiori costi sociali.

I TEMPI SI DILATANO

Un altro dato preoccupante riguarda poi la durata della presa a carico da parte dell’assistenza. «Se in passato si usufruiva delle prestazioni assistenziali per brevi periodi di crisi oggi i tempi si dilatano – rileva Pezzoli -. Da qui, ancora una volta, la necessità di investire per rendere indipendenti le persone in assistenza, ciò che tra l’altro a lungo termine costituisce un risparmio per il settore pubblico». Purtroppo abbiamo visto come il Cantone per motivi di risparmio si stia muovendo nella direzione opposta.

D’altra parte il Consiglio di Stato ha di recente proposto, per facilitare le assunzioni di disoccupati di lunga durata, l’aumento del sussidio previsto dalla L-Rilocc alle aziende che ne assumono. A queste ultime il settore pubblico corrisponderebbe così non più il 30% dello stipendio del disoccupato assunto, come accade ora, bensì il 50%. Una misura efficace?

«Ho qualche dubbio sull’impostazione del problema – osserva il direttore degli Istituti sociali comunali di Lugano -. Ritengo che l’azienda privata tendenzialmente assuma un collaboratore perché quest’ultimo dispone del profilo richiesto, non perché il Cantone paga metà stipendio. Ho l’impressione che, soprattutto a sud delle Alpi, manchi una certa responsabilizzazione sociale delle imprese. Per fare un esempio: una ditta oltre ai dieci dipendenti di cui ha bisogno dovrebbe sentire come proprio compito sociale assumerne anche un undicesimo tra quanti faticano a trovare un impiego. Ed è giusto che in questo compito sociale venga aiutata dallo Stato. Questo undicesimo dipendente non fornirà forse prestazioni lavorative al top, ma comunque sarà in grado dare un proprio contributo. Il Comune di Lugano applica già questi criteri. Perché ci giunga anche l’economia privata servirebbe forse un cambiamento di cultura. Se ci si limita, come intende fare il Cantone, a pagare metà dello stipendio dei disoccupati difficilmente collocabili alle aziende che li assumono, il rischio è che o le aziende non li assumono comunque perché non ne hanno bisogno, oppure che ci sia qualcuno che fa il furbo e ne approfitta per disporre di manodopera a basso costo».

NUOVI PIP?

Il Municipio di Lugano, almeno in linea di principio, sembrava convinto dell’utilità dei programmi d’inserimento professionale (PIP) e disposto a sopperire lui, almeno in una certa misura, a quelli che il Cantone, per risparmiare, ha tagliato su territorio cittadino. Le buone intenzioni si stanno trasformando in realtà? «Col Municipio stiamo in effetti verificando la possibilità di organizzare dei PIP comunali che sostituiscano in parte quelli cantonali – conferma Pezzoli -. Si sta valutando in particolare la possibilità per l’anno prossimo di creare un budget per assunzioni straordinarie, pagate o dal Comune direttamente o da società del Comune. L’operazione ha comunque dei costi non indifferenti. Bisogna pensare che un PIP costa circa 45mila franchi all’anno. Si ritiene però che riuscire ad organizzarne una ventina in più sarebbe già un risultato soddisfacente».

ANTICIPO ALIMENTI

Oltre al taglio sui PIP, una misura governativa che ha fatto molto discutere è la soppressione delle prestazioni di anticipo alimenti dopo 60 mesi alle madri separate. Si ipotizzava che una consistente fetta delle donne che si sarebbero viste tagliare la prestazione sarebbero poi finite a carico dell’assistenza. E quindi ancora del settore pubblico. Ciò che sta puntualmente accadendo. «I casi non sono comunque numerosissimi – rileva Pezzoli – ma si osserva che il taglio sull’anticipo alimenti si sta rivelando un falso risparmio».

Lorenzo Quadri





Fonte: pubblicato il


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