Segreto bancario svizzero resiste nonostante il sempre più forte avvicinamento all'Unione Europea

Nonostante l'avanzata dell'Unione Europea, la Svizzera resiste e mantiene il suo famigerato segreto

Toccherà ora alla Svizzera "diroccare" i caselli doganali. Lo ha deciso l’Esecutivo comunitario che ha annunciato il nulla osta all’integrazione del Paese extra-europeo nello spazio senza frontiere.

In particolare, la Confederazione elvetica (dopo l’adesione con l’accordo bilaterale del 26 ottobre 2004) aveva aderito alla zona Schengen a seguito di un referendum popolare. Ora la Svizzera dovrà conformare la normativa interna e adeguare i propri aeroporti.

L'area Schengen
L’area Schengen (che prende il nome della cittadina lussemburghese dove nel 1985 furono firmati i primi accordi) conta 24 Stati, 22 dei quali aderenti all’Unione europea, cui si aggiungono l’Islanda e la Norvegia (questi ultimi non fanno parte dell’Ue, ma insieme a Danimarca, Finlandia e Svezia fanno parte dell’Unione nordica dei passaporti che aderisce allo spazio Schengen). Il Regno Unito e l’Irlanda applicano talune disposizione dell’area anche se continuano a mantenere le proprie frontiere in base a una clausola di opt-out dalla legislazione o dai Trattati istitutive delle Comunità europee. Anche Cipro dovrebbe aderire nel corso del 2008 mentre la Bulgaria e la Romania dovrebbe presumibilmente accedere nell’anno 2011.

Il segreto bancario
Per scongiurare l’ingresso nello spazio Schengen di un "paradiso fiscale bancario" l’Unione europea nel corso delle trattative aveva espressamente richiesto alla Svizzera la cancellazione del segreto bancario nel settore delle imposte dirette. Il governo di Berna, tuttavia, restio nel concedere la trasparenza sull’informazione creditizia decise di innalzare le imposte sui depositi bancari dei cittadini stranieri. L’accordo, pertanto, prevede oggi una "anomala" clausola che consente ai Cantoni di mantenere tale segreto (contropartita, questa, dovuta alle concessioni fatte nel settore della fiscalità del risparmio e del contrasto alle frodi).

La proroga
Il trattato internazionale tra Berna e Bruxelles, tuttavia, non è stato ancora ratificato da tre membri dell’Unione europea e cioè dalla Grecia, Belgio e Repubblica Ceca. Tale circostanza, in verità, potrebbe comportare il differimento dell’apertura delle frontiere oltre il 1° novembre 2008. A questa situazione si aggiunge, altresì, la sospensione di un mese (durante l’euro 2008) dei test di verifica sui requisiti richiesti dall’accordo che potrebbero far slittare l’ingresso della Svizzera nel 2009.


Il fondo per le frontiere
Nel frattempo, l’Unione europea ha comunicato di aver accettato un mandato finalizzato ad avviare le trattative sulla partecipazione svizzera al fondo per le frontiere esterne dell’area Schengen. Secondo i 27 Paesi membri dell’Ue, anche la Norvegia, l’Islanda, il Principato del Liechtenstein e la Confederazione Svizzera dovranno partecipare al finanziamento del predetto fondo (al riguardo nel rapporto 2006 sull’Europa il governo svizzero ha stimato il suo contributo nella quota di 13 milioni di franchi l’anno). La creazione del fondo è stata avanzata dall’Esecutivo comunitario al fine di sostenere economicamente gli Stati più "incalzati" per i controlli alle frontiere esterne dello spazio Schengen.

Fisco e Copernico
A ogni modo, gli effetti derivanti dall’apertura a Schengen non sono irrilevanti. Occorre, infatti, osservare che la separazione dal resto del mercato comunitario consente alla Svizzera (e in particolare a taluni Cantoni) di imporre una tassazione di particolare vantaggio in favore delle imprese (per le quali, ad esempio, è prevista un’aliquota nominale pari al 17 per cento oltre all’Iva sotto il 5). Tali aliquote, anzi, hanno consentito e stimolato il fenomeno della delocalizzazione di alcune società (o attività professionali) verso la Svizzera. In proposito, il Dipartimento elvetico dell’Economia e delle Finanze ha intrapreso un programma di marketing territoriale denominato Copernico. In particolare, si tratta di una iniziativa di promozione economica volta a migliorare la visibilità del Canton Ticino all’estero, aumentare la conoscenza delle opportunità d’investimento, favorire nuovi insediamenti sul territorio cantonale per sostenere lo sviluppo delle aziende esistenti e la localizzazione di nuove attività produttive, rafforzare il tessuto economico cantonale e incentivare la creazione di nuovi posti di lavoro.

Il complesso delle imprese italiane
Le imprese italiane che, a oggi, hanno aderito a tale progetto (spostando i relativi "capannoni" a Lugano e dintorni) ammontano a 64. Altre aziende, poi, hanno deciso di collocarvi una stabile organizzazione.

Lo studio del Credit Suisse e le categorie a rischio
Il fenomeno della delocalizzazione, tuttavia, potrebbe aprire scenari inaspettati per la solidità del mercato del lavoro nella Confederazione elvetica. Secondo una ricerca eseguita dal Credit Suisse, infatti, per effetto del massiccio spostamento delle attività (d’impresa e professionali) nel territorio d’Oltralpe, potrebbero prospettarsi seri rischi per oltre 250mila posti di lavoro.








Fonte: pubblicato il


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