Russia pronta ad usare l'esercito per il Kosovo se Usa e Ue non rispetterano decisioni Onu

Il Kosovo ancora al centro della situazione geopolitica mondiale. La Russia minaccia di intervenire militarmente

L'ex regione serba è al centro di intrighi diplomatici e tensioni di ogni genere, che minacciano la sicurezza dell'area, ma anche dell'intero pianeta. Dopo che ieri una notte di scontri e assalti alle ambasciate ha provocato un morto, l'indipendenza del paese balcanico resta in primo piano sui tavoli delle cancellerie internazionali. A smuovere le acque e dettare le condizioni è soprattutto la Russia, determinata a proteggere la Serbia, storico alleato di Mosca. Il rappresentante del Cremino alla Nato, Dmitry Rogozin, non ha usato mezze parole. "Se l'Europa - ha detto Rogozin - lavora al di fuori di una posizione comune, o la Nato infrange il proprio mandato nel Kosovo, si troveranno in conflitto con le Nazioni Unite. A quel punto dovremo procedere con la forza bruta, in altre parole: la forza armata". La questione resterà probabilmente aperta fino all'inizio di aprile, quando il presidente russo Vladimir Putin "non sarà timido e parlerà dei nostri interessi" ha spiegato Rogozin, riferendosi al vertice della Nato-Russia che si terrà a Bucarest, tra un mese e mezzo.

Passano ore dense di tensione e poi è proprio da Mosca che si spegne la miccia con la rettifica delle posizioni durissime del suo ambasciatore alla Nato: nessun intervento armato viene ipotizzato in Kosovo né contro la Nato né contro la Ue. E il presidente serbo Boris Tadic annuncia la convocazione di una seduta straordinaria del Consiglio di sicurezza nazionale per ristabilire «l'ordine e la sicurezza» dopo gli incidenti di giovedì a Belgrado.  Insomma, si cerca di diminuire la tensione.

Va da sé che per Mosca la dichiarazione di indipendenza unilaterale è ancora carta straccia, perché, spiega Rogozin, già alla guida del movimento nazionalista russo Madrepatria e spesso contestato per posizioni fortemente filoslave, quello kosovaro è oggi un conflitto di "filosofie", di approcci per il sistema della sicurezza internazionale. E la Russia non vuole certo restarne fuori.

Una minaccia vera e propria, con lo spauracchio di un'invasione, è il timore di Bruxelles, che per il momento ha "congelato" le trattative con Belgrado, come ha riferito Javier Solana, il "ministro degli Esteri della Ue". Un provvedimento che ha fatto però infuriare la Russia, oggi più che mai restia alle aperture verso l'Alleanza Atlantica e l'Unione Europea, dopo l'indebita pressione esercitata dalle due istituzioni contro la Serbia. Anzi, Mosca sembra indispettita perfino per l'unanime condanna sulle violenze di ieri, contro gli stati che hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo e per l'esortazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite verso le autorità serbe a ripristinare l'ordine e proteggere le rappresentanze diplomatiche. Non va dimenticato infatti il ruolo degli Stati Uniti, allineati nel censurare gli scontri, e che anzi hanno protestato ufficialmente presso la Serbia, giudicando inaccettabile l'attacco subito dall'ambasciata Usa a Belgrado perchè la sicurezza "non era adeguata".

Il governo serbo intanto cerca di mediare nell'intricata situazione, facendo innanzitutto fronte alle proteste dei governi stranieri, dinanzi alle quali il ministro degli Esteri serbo, il liberale Vuk Jeremic, ha già manifestato nella notte le sue scuse, condannando come "inaccettabile" il comportamento di quelli che ha definito "estremisti". Sulla stessa linea il premier nazional conservatore Vojslav Kostunica, che ha disapprovato le violenze, spiegando che "danneggiano la nostra lotta per l'interesse nazionale" e rallegrano "tutti coloro che sono a favore del falso stato del Kosovo". Per questo, ha aggiunto, "nell'interesse della Serbia non si deve ripetere mai più nemmeno il minimo incidente". Simili prese di posizione stanno però mettendo a dura prova il governo di Belgrado, che oggi deve cavarsela anche sul fronte interno. Non mancano, infatti, le accuse e controaccuse tra le forze più moderate e quelle più nazionaliste, ree di aver infiammato oltre misura la protesta sul Kosovo, e le contestazioni al governo, primo ministro in testa, per non aver garantito l'ordine pubblico. Nei prossimi giorni sono annunciate nuove manifestazioni, come quella di ieri, che ha portato in piazza 300mila persone, e sulla cui frangia pacifica battono oggi i giornali serbi, ad eccezione del giornale liberale Danas, che parla di "violenza selvaggia". Ai prossimi cortei hanno aderito anche noti personaggi della cultura come il regista Kusturica e dello sport come il cestista Bodiroga.


Nel frattempo la situazione a Belgrado oggi è di relativa calma, dopo le devastazioni a sedi diplomatiche e attività commerciali straniere. Il bilancio finale è stato fissato a un morto (un dimostrante, pare, il cui cadavere carbonizzato è stato ritrovato nell'ambasciata americana) e 150 feriti, tra cui 26 poliziotti. Sono già cominciati i lavori per riparare le distruzioni nelle ambasciate di Stati Uniti (violata da diverse decine di teppisti e in parte incendiata), Croazia, Turchia e Belgio: tutti Paesi considerati "nemici" per aver sostenuto l'indipendenza unilaterale proclamata da Pristina domenica scorsa.





Fonte: pubblicato il


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