Kosovo indipendente riconosciuto dall'Italia. L'ambasciatore serbo lascia il nostro Paese

A comunicarlo è stato lo stesso premier, affiancato dal capo della Farnesina, Massimo D’Alema

L'Italia ha riconosciuto in via ufficiale l'indipendenza del Kosovo. A comunicarlo è stato lo stesso premier, affiancato dal capo della Farnesina, Massimo D’Alema, il quale ha sottolineato che presto verrà inviato a Pristina un “incaricato d'affari e poi un ambasciatore”. Gli ha fatto eco Prodi, che ha teso a sottolineare come la scelta sia stata compiuta con larghissimo consenso in seno al Consiglio dei ministri, fatta salva “l’eccezione del ministro Ferrero (Prc)”.

D’Alema ha teso a sottolineare come la “responsabilità” assunta dal Governo di accogliere l’indipendenza kosovara, decisione giunta dopo che già Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania si erano esposti in tal senso, rappresenti uno spartiacque fondamentale tra il Pd ed Il Popolo della Libertà, giudicando quest’ultimo diviso su scelte “fondamentali”.

Walter Veltroni, infatti, ha sfruttato l’assist offerto da D’Alema per sottolineare come nel Pdl vi siano “differenze profonde anche di politica estera”, aggiungendo che “in queste ore nello schieramento di centrodestra c'é una divisione su una questione non secondaria come quella del Kosovo. Noi potremmo affrontare una crisi come questa, loro no”, mentre D’Alema ha rincarato la dose aggiungendo che il Pd ha preferito “candidarsi da solo a guidare l'Italia, a differenza di Berlusconi che si candida con quelli che non condividono le scelte fondamentali della politica estera”.
A questo punto il dado e tratto, l’Italia si è schierata, ma questo non guarisce i tanti nervi scoperti che la questione kosovara ha toccato.
Romano Prodi si è affrettato a sottolineare che “il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo non toglie nulla alla Serbia con la quale l'Italia è intenzionata a continuare un rapporto di “amicizia e affetto”, anche se il Governo è ben consapevole del fatto che i rapporti tra Roma e Belgrado sono destinati a vivere un periodo di turbolenza, ed in effetti Belgrado aveva già fatto sapere, attraverso il ministro degli Esteri, Vuk Jeremic, che “il giorno che l'Italia riconoscerà il Kosovo quello sarà il giorno in cui la Serbia richiamerà il suo ambasciatore da Roma”.

Quel giorno è arrivato e Belgrado ha mantenuto la parola; si apprende così che la Serbia invierà domani una nota di protesta al Governo italiano, procedura questa, prevista alla vigilia dell'effettivo ritiro della rappresentanza diplomatica, come si è già visto con l'avvenuto richiamo in patria degli ambasciatori a Washington, Parigi ed in altri Paesi, rei di aver riconosciuto la legittimità dell'indipendenza kosovara.

Appare comunque evidente come, al di la delle dichiarazioni che tendono a porre l’accento su paventate questioni di coalizione partitica, il processo di avvicinamento al riconoscimento del Kosovo sia stata una scelta obbligata. Non si poteva staccare il vagone Italia dal treno dei grandi Paesi europei (che già hanno riconosciuto il Kosovo) e non si poteva rifinanziare da un lato la missione italiana nell’ambito della KFOR e dall’altro lasciare i nostri soldati politicamente sguarniti. In tal senso D’Alema è stato esplicito.


D’altra parte rimane scoperto il nervo del diritto internazionale. Il Kosovo rappresenta un precedente; per qualcuno ha rappresentato la logica conseguenza delle legittime aspirazioni di una minoranza (quella albanese), per altri un pericoloso viatico verso processi di ‘autoderminazione coatta’.

Processo dal quale l’Italia non è immune, basti pensare al Sud Tirolo o magari a qualche nostalgico del secessionismo di stampo padano, pronto, magari, a ritirare fuori dall’armadio il moschetto ed il gagliardetto di Alberto da Giussano.





Fonte: pubblicato il


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