Lavoro e disocuppazione causata dal trasferimento fabbriche in nazioni emergenti: cosa deve fare UE?

La delocalizzazioni delle fabbriche europee portano disoccupazione nella popolazione; come deve comportarsi l'Unione Europea?

La Nokia, società di telefonia finlandese tra le più importanti nel mondo, ha deciso di chiudere la sua filiale a Bochum, nella Rhur tedesca, per aprire una nuova sede in Romania. Si perdono nella Germania occidentale 2400 posti di lavoro, si apre a Cluj, oltre 300 chilometri a nord-ovest di Bucarest, dove lavoreranno inizialmente 350 persone, destinate a diventare 1200 entro la fine del 2008 e 3500 entro il 2009. I dipendenti guadagneranno circa 219 euro lordi al mese, paga inferiore perfino agli stipendi medi rumeni. I telefonini di produzione rumena sono destinati al mercato europeo, africano - in espansione - e mediorientale.

"La filiale di Bochum, sostiene l'azienda, non è competitiva sul piano internazionale ed i costi sono eccessivi". Il periodico tedesco "Capital" riporta che nel 2007 lo stabilimento tedesco ha maturato un utile di operativo di 134 milioni di euro. Inoltre la società tedesca del gruppo finlandese, che ha altri stabilimenti a Ulm, Duesseldorf, Monaco e Francoforte, avrebbe usufruito di finanziamenti pubblici per 88 milioni di euro complessivi. Particolare importante: il land tedesco del Nordreno Westfalia ha chiesto la restituzione dei 41 milioni di euro di sovvenzioni pubbliche ricevuti dall'azienda finlandese per la creazione di nuovi posti di lavoro.  Anche il Ministero federale della Ricerca, sta verificando la possibilità di chiedere la restituzione dei 10 milioni di euro a sua volta concessi alla Nokia per alcune ricerche. La Nokia si dice "stupefatta" di tali richieste e rifiuta la restituzione dei fondi pubblici di cui ha abbondantemente usufruito.

Tutti i sindacati rappresentati negli stabilimenti europei di Nokia hanno programmato una serie di manifestazioni ed una mobilitazione comune per protestare. A coordinare le azioni sindacali previste è la FEM (Federazione europea dei lavoratori metalmeccanici). In 15.000 hanno manifestato a Bochum e nei prossimi giorni sono previsti incontri ed altre manifestazioni.

Vale la pena analizzare questo caso per una serie di ragioni: la libera circolazione delle imprese, i diritti economici sanciti nei trattati dell'Unione europea ci stanno mettendo di fronte ad una realtà nuova a cui dobbiamo rispondere rapidamente :

  1. gli strumenti di prevenzione previsti nel diritto comunitario (la direttiva sull'informazione e consultazione dei lavoratori per esempio) non sono efficaci e si sono rivelati del tutto insufficienti;
  2. le delocalizzazioni lasciano "sul campo" migliaia di lavoratori, difficilmente ricollocabili sul mercato del lavoro e spesso non sostenuti da formazione e riqualificazione. Ad essere maggiormente in difficoltà sono soprattutto i lavoratori con più di 50 anni (spesso anche 40) e le donne.
  3. I fondi comunitari per finanziare la formazione e la riqualificazione dei lavoratori espulsi dal mercato del lavoro non sono sufficienti. Il Fondo di Aggiustamento alla Globalizzazione di recente creazione, non ha uno stanziamento proprio e vive sui finanziamenti residui di altre linee di bilancio. Sono centinaia le richieste di finanziamento in aree in cui si sono persi posti di lavoro.
  4. Molto spesso le aziende che delocalizzano sono anche quelle che hanno utilizzato fondi pubblici comunitari, nazionali o regionali (ricordate la Thyssen-Krupp di Terni?) o hanno usufruito di importanti agevolazioni fiscali. E' possibile porre limiti ad un profitto sfrenato che calpesta la tanto reclamizzata "responsabilità sociale delle imprese" ?
  5. E' necessario continuare a mantenere e rafforzare una salda solidarietà tra i lavoratori e lavorare tra organizzazioni sindacali per rispondere e difendere diritti e posti di lavoro.





Fonte: pubblicato il


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