Kosovo indipendente: Belgrado pronto a bloccarlo in qualsiasi modo. Fallito accordo Baden

Nessun accordo sul futuro del Kosovo, come preannunciato da numerosi osservatori internazionali e nonostante gli auspici della 'troika' composta da Ue, Usa e Russia

Nessun accordo sul futuro del Kosovo, come preannunciato da numerosi osservatori internazionali e nonostante gli auspici della "troika" composta da Ue, Usa e Russia, preoccupati che un escalation della tensione tra Belgrado e Pristina faccia nuovamente sprofondare i Balcani nell'incubo che hanno vissuto negli anni '90.

Inconciliabili, d'altronde, le posizioni di partenza: maggiore autonomia da parte serba, piena indipendenza per i kosovari. Restia a gettare la spugna, dopo una prima proroga di una settimana, l'Onu ha concesso alle parti di poter trattare fino al 10 dicembre, ma lo spazio per un'intesa sembra, a questo punto, sempre più angusto.

Entro quella data, Ue, Usa e Russia dovranno presentare il proprio rapporto sulla questione serbo-kosovara al Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Ed è proprio su questo appuntamento che conta Belgrado per congelare la situazione, puntando sul diritto di veto di Mosca, antica protettrice della "piccola" Serbia.

Sulla base delle raccomandazioni dell'inviato speciale dell'Onu, l'ex presidente finlandese Martti Ahtisaari, il Kosovo potrebbe ambire all'indipendenza, condizionata al mantenimento della supervisione internazionale in vigore dal 1999. Ma il presidente serbo Boris Tadic ha già fatto sapere che, se i kosovari dovessero proclamare unilateralmente l'indipendenza, Belgrado "ricorrerà a ogni mezzo legale e diplomatico" per opporsi. Una risposta alle dichiarazioni rese due settimane fa dal neoeletto primo ministro kosovaro Hashim Thaci: "Siamo pronti a dichiarare l'indipendenza 'immediata'", aveva infatti annunciato il premier, leader del Pdk (Partito democratico del Kosovo) ed ex guerrigliero dell'Uck.

Le possibili "ritorsioni" della Serbia di fronte a una secessione kosovara potrebbero però non limitarsi unicamente a mezzi "legali e diplomatici". Due rapporti della Nato e dell'Ue attribuiscono infatti al governo di Belgrado un ventaglio abbastanza ampio di possibili misure per boicottare un Kosovo indipendente, e per tenere sotto scacco le autorità di Pristina.


Dall'invio di ex-militari specialisti in guerriglia, formalmente indipendenti da Belgrado, a difesa delle enclaves di lingua serba, al blocco delle strade tra la regione e le altre province serbe, limitandone l'uso ai serbi del Kosovo (che Belgrado continuerebbe comunque a considerare cittadini dello Stato serbo). Dall'invio di gruppi di "volontari" con il compito di creare frizioni alla frontiera tra l'Albania e la Macedonia (dove il 22 per cento della popolazione è di lingua albanese), accendendo la miccia di un potenziale conflitto tra i due Stati, fino all'embargo di tutte le forniture provenienti dalla Serbia, compresa quella di elettricità, di cui la provincia kosovara non può fare a meno e che richiederebbe mesi, forse anni, per essere rimpiazzata da forniture di altri Paesi.

Al di là delle soluzioni militari, sono le misure economiche a preoccupare grandemente l'Europa, che proprio sul piano economico sarà chiamata a sostenere massicciamente la vita di un Kosovo indipendente: in questo senso, il rischio per Bruxelles è di scontrarsi con le resistenze di tutti quei paesi comunitari che alla secessione del Kosovo sono oggi apertamente contrari, come Grecia, Cipro, Bulgaria e Romania, mentre altri - come la Slovacchia o anche la Spagna - comunque non nascondono la loro preferenza per soluzioni che non amputino la Serbia di una parte non insignificante del suo territorio.

Dal punto di vista della Nato, invece, le misure più pericolose sarebbero quelle a danno di rifornimenti e rinforzi ai suoi reparti in Kosovo: i quali, dopo una secessione della provincia, rischiano di dover fronteggiare scoppi di violenza tra le opposte milizie semiclandestine, agguerrite e forti di molte migliaia di uomini ben addestrati alla guerriglia. Uno scenario che non promette nulla di buono e che - ammettono militari del comando Nato in Belgio -richiederebbe ben più che una forza di 16 o 20 mila uomini per rendere stagna la frontiera tra il Kosovo e il resto della Serbia.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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