Kosovo indipendente: l'Unione Europeo ne riconoscerà la svoranità senza il benestare ONU ?

Il negoziato sullo status finale del Kosovo non è ancora terminato, ma non è realistico 'immaginare una sua conclusione positiva'.

Il negoziato sullo status finale del Kosovo non è ancora terminato, ma non è realistico "immaginare una sua conclusione positiva". Ne è convinto il sottosegretario agli Esteri Famiano Crucianelli, che in un'audizione alla commissione Esteri della Camera sui recenti sviluppi della situazione kosovara, ha sottolineato come la stessa delegazione di Pristina incaricata di seguire le trattative ritenga che "solo un miracolo possa portare una soluzione".

Di ritorno da una missione diplomatica nella regione dei Balcani, il sottosegretario ha ammesso:"Oggi possiamo dire che non vi è stato alcun passo in avanti", perché dalle autorità di Belgrado e da quelle di Pristina è arrivato un messaggio "diametralmente opposto". Mentre dai primi vi è stato un "rifiuto alla radice" dell'indipendenza del Kosovo, "gli altri parlano già del dopo-indipendenza".

La "complessità e contraddittorietà della situazione", ha aggiunto Crucianelli, è stata confermata anche dal risultato delle elezioni parlamentari e amministrative di sabato scorso in Kosovo, quando a recarsi alle urne è stato solo il 45 % degli aventi diritto. Un dato, quello dell'affluenza elettorale che - a fronte di una posizione monotematica delle autorità kosovare sul tema dell'indipendenza - la dice lunga su quanto sia grande la sofferenza del paese reale.

In attesa del "miracolo". La diplomazia continua a lavorare: oggi, durante il giro di colloqui svoltisi a Bruxelles, la Serbia è arrivata a proporre il "modello Hong Kong" in versione scandinava.
Dunque, ora la soluzione alla crisi serbo-kossovara passerebbe dalla Svezia, o meglio dalle isole Alland, seimila isole situate a metà tra Finlandia e Svezia, formalmente appartiene a Helsinki, ma che da un'ottantina d'anni gode di una pressoché totale autonomia, con tanto di inno, bandiera e forze di polizia proprie. Il ministro degli Esteri di Belgrado Vuk Jeremic ha sottolineato come la Serbia abbia "ancora una volta messo sul tavolo una proposta", al contrario dei kosovari-albanesi, intransigenti sull'indipendenza piena per tutta la durata del negoziato. Il premier serbo Vojislav Kostunica ha invece bocciato il modello "Germania 1972" perché il concetto di neutralità implica l'esistenza di uno stato sovrano, quale il Kosovo ancora non è.

A Bruxelles si è svolto anche un incontro tra Kostunica e il primo ministro kosovaro in pectore Hashim Thaci, ex combattente dell'Uck. Le prospettive di un accordo rimangono però quasi nulle, al punto che da parte della troika Usa-Ue-Russia è stata fatta persino l'ipotesi di chiudere le trattative prima del 10 dicembre. Da Belgrado, intanto, l'agenzia Tanjug informa che il terzetto diplomatico ha deciso un nuovo round negoziale di tre giorni fra la Serbia e le autorità locali della provincia a partire dal 26 novembre prossimo a Baden, nei pressi di Vienna. I ministri degli Esteri dell'Unione europea hanno chiesto a Thaci di usare "prudenza", evitando una dichiarazione unilaterale d'indipendenza. Il capo del Partito democratico del Kosovo, fresco vincitore delle elezioni, è sembrato recepire il suggerimento europeo, affermando che ogni passo da parte di Pristina sarà coordinato con Washington e con l'Unione europea.


Si prende tempo. Alcune fonti affermano che l'indipendenza kosovara sarà proclamata a febbraio (come anticipato dal Guardian qualche giorno fa) e non a dicembre. Un'ipotesi che offrirebbe all'Unione europea il tempo di organizzarsi. L'Europa è infatti in grave difficoltà perché divisa sull'ipotesi di riconoscere la sovranità del Kosovo se non autorizzata dall'Onu. Trovare una linea comune è però fondamentale per non rischiare che le decisioni cruciali su una questione europea vengano prese senza l'ausilio dei Ventisette. I principali leader dell'Unione europea, in particolare, temono che un'indipendenza riconosciuta solo da un pugno di paesi non possa che condurre a nuove violenze. La Gran Bretagna, come ha spiegato il ministro per l'Europa Jim Murphy, vuole procedere all'immediato riconoscimento della secessione: "Più di 20 paesi su 27 la sostengono", ha detto Murphy. E secondo il Wall Street Journal, proprio per evitare deleterie spaccature, i paesi Ue contrari all'indipendenza (Spagna, Cipro, Grecia e Romania tra i principali) avrebbero assicurato ai partner che non bloccheranno un'eventuale iniziativa comune europea. Su cosa farà l'Italia in caso di secessione unilaterale, secondo Repubblica Massimo D'Alema avrebbe risposto semplicemente "non saprei". Nelle ultime settimane, il ministro degli Esteri aveva messo l'accento sull'opportunità di non anticipare le proprie mosse per evitare ripercussioni negative sul negoziato in corso tra le parti. Hanno poi avuto una certa eco le rivelazioni fatte dalla Stampa secondo cui fonti vicine a Hillary Clinton prevedono un nuovo conflitto in Bosnia e in Kosovo, con la conseguente preoccupazione americana per il fatto che la sicurezza nelle due regioni sia affidata all'Europa.

Scenari di guerra. Il fatto che possibili violenze possano scoppiare non solo in Kosovo ma anche in Bosnia è tenuto sottotraccia dall'Unione europea, che cerca di evitare ogni legame tra le due questioni. Il legame però è di tutta evidenza, soprattutto dopo che la componente serbo-bosniaca ha abbandonato l'esecutivo tripartito per le riforme istituzionali lanciate dal rappresentante Onu, Miroslav Lajcak. Il capo del partito socialdemocratico, Milorad Dodik, ha spiegato che l'unione della Srpska (la Repubblica serba di Bosnia) con Belgrado potrebbe fungere da compensazione per il Kosovo. Un'ipotesi che la comunità internazionale rifiuta di prendere in considerazione malgrado l'evidente doppiopesismo: prevalenza del principio di integrità territoriale in Bosnia e di quello dell'autodeterminazione dei popoli in Kosovo. In entrambi i casi, a danno della Serbia. Non a caso, coloro che all'interno dell'Ue si oppongono all'indipendenza kosovara temono anche una forte crescita dell'attrazione russa presso Belgrado e i Balcani in generale. Per non parlare del Caucaso.

Mosca, consapevole di non potersi opporre concretamente alla secessione kosovara, è già pronta a rispondere all'Occidente con la stessa moneta, riconoscendo l'indipendenza della filo-russa Abkhazia dalla filo-occidentale Georgia: una mossa che rischia di scatenare un conflitto armato al quale il Cremlino pare si stia già preparando.
"Non c'è dubbio - dice Archil Gegeshidze, della Fondazione georgiana per gli studi strategici e internazionali - che nel momento in cui l'Occidente riconoscerà l'indipendenza del Kosovo, la Russia farà lo stesso con l'Abkhazia". Il presidente russo Vladimir Putin lo ripete da mesi: "Per il Kosovo e per l'Abkhazia deve valere lo stesso principio, non si possono usare due pesi e due misure". Negli ultimi giorni lo ha ribadito e diversi politici russi, tra cui l'influente sindaco di Mosca Yuri Luzhkov, hanno esplicitamente detto che la Russia è pronta a riconoscere l'indipendenza dell'Abkhazia.
"Questo equivarrebbe a una dichiarazione di guerra nei confronti della Georgia e il popolo reagirà", ha risposto il presidente della repubblica Mikheil Saakashvili.

Secondo Tbilisi, il Cremlino è pronto a passare dalle parole ai fatti. Nei giorni scorsi il ministro georgiano per la Soluzione del Conflitto, David Bakradze, ha denunciato che la Russia, in violazione agli accordi di pace, sta ammassando truppe e mezzi militari in Abkhazia. Cinque carri armati T-72, quattro lanciamissili ‘Grad', sette pezzi d'artiglieria pesante, cinque mezzi corazzati e duecento uomini dei servizi segreti militari russi (Gru) - provenienti dalla Cecenia - sarebbero arrivati nella base militare di Ochamchira, sulle coste del Mar Nero. La missione Onu in Georgia (Unomig) non ha commentato la notizia. Mosca l'ha invece seccamente smentita, dicendo che si tratta di una mera provocazione propagandistica e dichiarando che semmai è la Georgia che sta ammassando truppe nell'Alta Valle di Kodori, un confine lungo il quale, negli ultimi mesi, le scaramucce e le provocazioni tra le due parti non hanno fatto altro che aumentare.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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