Bhutto arrestata in Pakistan e poi rilasciata grazie alla pressione degli Stati Uniti

Ma già prima della revoca la Bhutto aveva sfidato le imposizioni del presidente cercando di forzare l'apparato di sicurezza dispiegato fuori dalla sua abitazione a Islamabad.

Non accenna a diminuire la tensione in Pakistan, nel settimo giorno di stato di emergenza.

Le manifestazioni a Rawalpindi, lanciate mercoledì dall'ex premier Benazir Bhutto, sono state bloccate dal presidente Pervez Musharraf il quale, in uno scontro aperto di cui è sempre più difficile individuare la conclusione, ha ordinato gli arresti domiciliari per la stessa Bhutto. Ufficialmente "nel suo stesso interesse", per scongiurare l'eventualità di attentati, come quello avvenuto poche ore prima a Islamabad, davanti alla casa del ministro per gli Affari politici, Amir Muqam (rimasto illeso) dove un kamikaze si è fatto saltare in aria, uccidendo quattro persone. O come quello avvenuto il 18 ottobre scorso, il più grave della storia del Pakistan, quando un attacco suicida a Karachi ha mietuto 139 vittime tra le centinaia di migliaia persone radunatesi per accogliere il ritorno in patria della Bhutto dopo otto anni di esilio.

Gli arresti sono poi stati revocati in serata dallo stesso generale, con una decisione che rende ancora più oscuro prevedere cosa potrà accadere domani e nei giorni successivi. Ma già prima della revoca la Bhutto aveva sfidato le imposizioni del presidente cercando di forzare l'apparato di sicurezza dispiegato fuori dalla sua abitazione a Islamabad.

Armata di microfono, velo bianco in testa, l'ex premier ha implorato i poliziotti, schierati a decine oltre una barriera di filo spinato, di farla passare: "Siamo vostre sorelle... non abbiamo niente contro di voi... Non voglio che il Pakistan divenga l'Iraq, vi devo salvare".

Per due volte in auto ha tentato di forzare il posto di blocco, ma ha dovuto far ritorno sui suoi passi. Ma il suo messaggio è arrivato lo stesso, ai sostenitori presenti, al mondo e, via radio, ai pachistani, essendo tutte le televisioni, incluse BBC e CNN, ormai oscurate.


"No allo stato d'emergenza, dimissioni di Musharraf da capo delle forze armate e elezioni entro il 15 gennaio", ha gridato la Bhutto, che ha ribadito, come pochi giorni fa, di voler organizzare una "Lunga marcia" in auto da Rawalpindi a Lahore, per il 13 novembre.

Gli Stati Uniti hanno condannato le misure restrittive contro l'ex premier e, dopo averne ottenuto la liberazione, sono tornati a chiedere "quanto prima" la fine dello stato di emergenza, rapide elezioni e il rilascio dei prigionieri politici, chiedendo "a tutte le parti" un maggiore impegno nel dialogo. Nonostante i toni duri, tuttavia, la Casa Bianca continua a puntare su Musharraf, con cui Bush ha parlato nei giorni scorsi e che ieri ha promesso che le elezioni, previste inizialmente a metà gennaio, si terranno invece entro il 15 febbraio, dopo aver già annunciato la propria intenzione di smettere la divisa prima di giurare come presidente per un nuovo mandato di cinque anni. Grazie a queste rassicurazioni, nonostante la voce grossa nei confronti del generale-presidente pakistano e dello stato di emergenza da lui voluto, l'amministrazione Bush ha concluso che non è legalmente tenuta a tagliare o sospendere gli aiuti da centinaia di migliaia di dollari che sorreggono il Paese.

Ma in Pakistan, intanto, lo scontro sembra assumere toni sempre più personali, tra Bhutto, 54 anni, l'unico leader politico in grado, se vuole, di mobilitare l'opposizione, e Musharraf, 64 anni, al potere dal 1999 con un colpo di Stato militare. I due, esortati dagli Usa, si erano accordati per una spartizione del potere: il generale sarebbe rimasto capo dello Stato, rinunciando alla divisa, mentre la Bhutto avrebbe assunto l'incarico di primo ministro per la terza volta. Ma davanti al rischio di vedere la sua rielezione del 6 ottobre scorso bocciata come incostituzionale dalla Corte suprema, Musharraf ha imposto lo stato d'emergenza, sospeso la Costituzione, destituito i giudici della Corte suprema e rinviato le elezioni, inizialmente a data da destinarsi.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


Torna su