Trovare lavoro e crearsi una vita indipendente sempre più difficile per i giovani secondo l'Istat

Secondo l'Istat circa 7 milioni e mezzo di italiani tra i 18 e i 35 anni restano in famiglia, con una netta prevalenza da parte degli uomini: oltre 4 milioni e 200 mila

Ha ragione Tommaso Padoa Schioppa: aumentanto i ragazzi che, per scelta o necessità, rimangono a vivere in casa dei genitori, alemeno stando all'ultima indagine Istat, relativa al 2006, che prende in considerazione la vita quotidiana dei ragazzi italiani celibi compresi tra i 18 e i 34 anni. Dei quali, coloro che vivono "con almeno un genitore" superano il 60 per cento, mentre nel 2005 erano il 59,5 per cento.

Dunque una trendenza la quale, piuttosto che diminuire, in Italia continua a crescere, segnalando un malessere sempre più diffuso, e una evidente anomalia rispetto ad altri paesi, non soltanto europei.

Lo studio citato prende in considerazione un po' tutti gli aspetti della vita quotidiana di un ragazzo medio, dal tempo libero alle preferenze alimentari, dalle vacanze allo sport, arrivando alla conclusione che l'aumento dei ragazzi che restano a casa con papà e mamma deve essere considerato proporzionalmente al decremento di circa un punto percentuale (dal 47 al 46 per cento) di chi ha un lavoro più o meno sicuro, che garantisca uno stipendio degno di questo nome.

Una stima bilanciata da chi, al contrario, si "autodenuncia" quale soggetto sociale ancora in cerca di occupazione (2 per cento in più rispetto al 2005).

C'è però un altro dato di questa indagine che va esaminato con particolare attenzione. Accanto alle difficoltà di trovare un lavoro e una casa, infatti, fra i giovani cresce anche la sfiducia nella politica.


Nell'anno preso in considerazione, il numero di coloro che non si interessano e non amano informarsi su argomenti riguardanti la politica sembrano essere cresciuti molto di più rispetto al recente passato. Secondo i dati, tra gli appena maggiorenni la crescita dovrebbe considerarsi intorno ai 3 punti e mezzo percentuali (dal 32 al 35,4 per cento), laddove per la fascia compresa tra i 20 e i 25 e tra i 30 e 35 anni, tale tendenza dimnuisce leggermente.

Abbastanza semplice individuare il motivo di tanta generale e condivisa lontananza (se non vera e propria indifferenza) delle giovani generazioni rispetto alla vita politica italiana.

A quelli che dichiarano un vero e proprio disinteresse, si aggiungono inoltre coloro che espressamente manifestano la propria sfiducia, oltre che denunciare l'articolata complessità dello scenario politico nazionale, che di certo non facilita un avvicinamento di potenziali nuovi adepti. E a proposito di adepti, il senso di sfiducia si allarga anche alla religione. Molti giovani confessano di non recarsi mai in un luogo di culto, soprattutto fra i giovanissimi di età compresa fra i 14 e 19 anni, e si abbassa il numero dei ragazzi che frequentano luoghi di culto almeno una volta a settimana. Costante che nel breve volgere di un anno si è bruscamente impennata, con un leggero recupero solo tra i 25/34enni.

Al tirar delle somme, sembrerebbe dunque che i nostri giovani non siano affetti tanto dalla sindrome de "bamboccione", quanto dall'impossibilità di sostenersi anche una volta divenuti anagraficamente adulti. Il risultato conclusivo (almeno per ora) è che circa 7 milioni e mezzo di italiani tra i 18 e i 35 anni restabo sotto il tetto familiare, con una netta prevalenza da parte degli uomini: oltre 4 milioni e 200 mila.








di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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