Sospensione trattato sulla limitazione delle armi convenzionali in Europa approvato dalla Duma

Putin rimprovera ai Paesi membri della Nato di non aver ratificato la versione adattata del trattato concordata a Istanbul nel 1999 per tenere conto della mutata situazione geo-politica e militare dopo il crollo dell'Urss e del Patto di Varsavia,

Nuovo passo di Mosca verso l'ormai inevitabile sospensione del Cfe, il trattato chiave sulla limitazione delle armi convenzionali in Europa e che rappresenta l'architrave del disarmo nel Vecchio continente dopo la fine della guerra fredda.

 
Firmato il 19 novembre 1990 a Parigi dai membri della Nato e del Patto di Varsavia, fu successivamente aggiornato con la dissoluzione dell'alleanza imperniata sull'Urss.

La versione originale prevedeva, entro il 1995, una riduzione di cinque categorie di forze convenzionali (carri armati, artiglieria, mezzi blindati, elicotteri di attacco e aerei da combattimento) che dall'Atlantico agli Urali sarebbero dovute restare al di sotto di tetti comuni definiti. Nel 1992 ci fu la prima modifica (Cfe-1a) e nel 1999 a Istanbul si arrivò a quella che doveva essere la versione definitiva che ripartiva la riduzione tra i singoli Paesi anziché fra i due blocchi.

Ma il presidente americano Bill Clinton annunciò che i Paesi Nato non lo avrebbero sottoposto a ratifica se la Russia non avesse onorato l'impegno a ridurre la presenza militare nel Caucaso, dalla Georgia alla Cecenia. Mosca, da parte sua, insisteva perché il trattato fosse sottoscritto anche dalle tre repubbliche baltiche, oggi membri della Nato. Gli unici Paesi a ratificarlo sono stati Ucraina, Bielorussia e Kazakistan a cui, nel 2004, si è aggiunta la Russia di Vladimir Putin.

Oltre al tetto agli armamenti, il trattato prevede anche nessun Paese firmatario possa schierare truppe nel territorio di un altro senza il suo permesso e una serie di misure per favorire la cooperazione e la trasparenza.


Oggi (mercoledì) dunque, la Duma, il ramo basso del parlamento russo, ha approvato all'unanimità la moratoria del Cfe. Il 16 novembre toccherà al Senato, poi il presidente russo Vladimir Putin promulgherà il provvedimento, che entrerà in vigore dal 12 dicembre, a 150 giorni dopo la sua notifica ai Paesi interessati, avvenuta fin dal 14 luglio scorso.

Non è una novità. Il 26 aprile scorso, durante il suo discorso alla nazione, il leader del Cremlino aveva annunciato di essere pronto a proporre la moratoria nell'ambito del braccio di ferro con Washington sull'allargamento della Nato ad est e sullo scudo spaziale in Europa, che Mosca vede come una minaccia alla propria sicurezza. Una proposta subordinata all'esito di una discussione, poi naufragata, nel consiglio Nato-Usa.

Per questo il 14 luglio Putin emanò il provvedimento di sospensione del trattato, sottoposto poi all'esame dei due rami del Parlamento.
'Tale decisione è motivata dal fatto che il trattato ha cessato di corrispondere alle nuove realtà militari e politiche in Europa e quindi non garantisce la sicurezza militare della Russia', ha scritto il capo dello Stato in una lettera al presidente della Duma, Boris Grizlov.

Putin rimprovera ai Paesi membri della Nato di non aver ratificato la versione adattata del trattato concordata a Istanbul nel 1999 per tenere conto della mutata situazione geo-politica e militare dopo il crollo dell'Urss e del Patto di Varsavia, con Paesi come la Polonia, la Bulgaria e l'Ungheria finiti nell'orbita atlantica. I Paesi della Nato, dal canto loro, si rifiutano di ratificare la nuova versione del Cfe finché Mosca non ritirerà le sue truppe dalla Georgia e dalla Moldavia.

Mosca ha lasciato aperta oggi la porta del dialogo sul Cfe, sottolineando che la moratoria non significa uscire dal trattato e che c'è la disponibilità a siglarne uno nuovo, come annunciato dal vice ministro degli esteri Serghei Kisliak.'Prima di pensare però a grandi trattati su larga scala è necessario che i nostri partner facciano quello che abbiamo concordato', ha precisato.

Nel frattempo Mosca comincia a riflettere sulla possibilità di spostare truppe lungo il confine con l'Europa, dispiegamento prima limitato dal Cfe. 'Lavoriamo su questo aspetto', ha ammesso il vice ministro della difesa russo Aleksander Kolmakov. 'Non abbiamo motivo di ammassare forze rapidamente, cioè in qualche giorno', gli ha fatto eco il capo di Stato maggiore dell'esercito, il generale Iuri Baluievski. Ma, ha aggiunto, 'dobbiamo avere tale diritto, questa possibilità di dislocare, di installare, di creare nuove forze armate laddove sono indispensabili per difendere i nostri interessi e la sicurezza del nostro Paese'.

Una mossa che qualche osservatore interpreta come un ulteriore tentativo di pressione russa nel dialogo sullo scudo spaziale con Washington che, come si è lamentato il ministro degli esteri Serghei Lavrov, non ha ancora formalizzato le sue proposte per iscritto: 'al momento non abbiamo alcuna posizione chiara'.








di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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