I giovani di oggi? Troppo online su Internet. Dovrebbero scendere in piazza per i propri diritti

L'editorialista del New York Times Thomas Friedman invita i ragazzi americani a stare meno su internet e più in piazza a protestare

C'è chi dà i numeri e chi dà le lettere. Mamentre i primi sono, per solito, sbeffeggiati o invitati a riprendereil senno perduto, i secondi sono riveriti e stimati. Eppure poche cosesembrano più folli che ricorrere all'alfabeto per etichettare quelloche non può essere etichettato, ad esempio, un corpo socio-demograficocomplesso e sfuggente come una "generazione". Ma tant'è così va ilmondo, e infatti l'ultimo ardito a cimentarsi in questa operazione,l'editorialista del New York Times Thomas Friedman, ha subito raccoltoscrosci di applausi internazionali (anche italiani) per la sua nuova creatura: la Generazione Q (la X e la Y, nel caso non ve ne foste accorti, hanno già fatto il loro tempo).

Unagenerazione, a detta del giornalista troppo "quiet" (da qui ladefinizione), troppo posata. "Idealista e ottimista" ma poco "radicalee impegnata politicamente", e soprattutto "troppo online"e poco incline a darsi una scarica di "attivismo e di rabbia". Unagenerazione, secondo la prestigiosa firma, ancorata a "e-mail" e"petizioni online" che avrebbe invece bisogno di organizzarsi "in mododa costringere i politici a prestare attenzione".

In fondo,Martin Luther King e Robert Kennedy, spiega Friedman ai ragazzi, "nonhanno cambiato il mondo chiedendo alla gente di seguirli nelle lorocrociate su Facebook o di scaricare le loropiattaforme". Quel che ci vuole, in buona sostanza, è il ritorno di unpo' di sano attivismo "vecchio stile" (old-fashioned), quellofatto di "giovani con diritto di voto che dicono la verità al potere,faccia a faccia, in grandi numeri, nel campus o a Washington perché lapolitica virtuale è appunto soltanto questo. Virtuale".

Chissàse la generazione Q ascolterà questo Friedman barricadero e trascureràinternet in favore della piazza e delle marce. Nel caso decidano difarlo, i ventenni americani siano però consapevoli di una cosa. Se iprecedenti valgono pure qualcosa, non è detto che lo avranno come alleato.In fondo, 8 anni orsono, a Seattle, i loro coetanei di allora feceroproprio quello che oggi il nostro raccomanda: usarono internet perorganizzarsi coordinarsi discutere ma infine scesero in piazza adimostrare e gridare al potere la loro verità.


Ma evidentementenon si trattava di verità che piaceva al giornalista. Il quale difronte a quelle modalità di protesta che oggi tanto appassionatamentecaldeggia non si dimostrò troppo entusiasta, anzi. "C'è qualcosa di piùridicolo nelle notizie del giorno che le proteste di Seattle contro laWorld Trade Organization? Ne dubito", scrisseil primo dicembre del 1999. Per poi sbeffeggiare i dimostranti cheutilizzavano "tattiche del 1960 nel mondo di oggi che si fonda sulweb". Quel che funziona invece, spiegava Friedman in un successivo editoriale,è "lavorare con multinazionali e consumatori" rendendo chiaro alleaziende che se non "aggiornano i loro standard ambientali e lavorativi,la comunità degli attivisti monterà contro di loro una campagnaattraverso internet e i consumatori di tutto il mondo".

Tantecose cambiano in 8 anni, non solo le generazioni. Ma quel che muta piùdi tutto sono le opinioni degli opinionisti di grido. Che continuano a"dare le lettere", a ricevere applausi, e a dimenticarsi quel avevanopredicato l'altro ieri.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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