Birmania: Cina, Russia e India pronte ad intervenire nella rivolta per contrastare ingerenze

Non si placa la repressione e non cessa la rivolta in Myanmar. Ma Russia, India e Cina credono di vedere, nel mare “zafferano” della rivolta birmana, anche le bandiere a stelle e strisce della potenza americana

Non si placa la repressione e non cessa la rivolta in Myanmar. MaRussia, India e Cina credono di vedere, nel mare “zafferano” dellarivolta birmana, anche le bandiere a stelle e strisce della potenzaamericana. E mai come questa volta il duro giudizio geostrategicoaccomuna le diplomazie dei tre paesi. Ossessionati dall’espansionismoamericano temendo che il sì a un’ingerenza negli affari interni di unPaese sovrano possa in futuro essere usata anche contro di loro. Comegià avvenuto in Ucraina e in Georgia per la Russia, nel Pakistan perl’India e per la Cina con il Tibet. E così c’è un “no” agli americaniche non è solo un grido che esce dai palazzi delle diplomazie. Fannocosì ingresso nell’arena politica asiatica alcune concezionigeopolitiche che vanno ad opporsi alle idee sviluppate, nei mediamondiali, sulla base di quanto avviene a Bangkok. Perché sia alCremlino di Putin che nella capitale indiana che fu di Gandhi, chenella cittadella cinese che fu di Mao, la questione birmana è seguitasotto due aspetti. Il primo - che è poi quello più importante -riguarda la preoccupazione che si riferisce al fatto che le protesteche sconvolgono il paese asiatico siano il frutto di precise manovre distampo americano.

Le tre grandi potenze dell’Eurasia, infatti, non voglionoaccettare che nel continente si affacci - sotto la copertura dellabattaglia per i diritti umani - l’America di Bush. E qui il discorsogenerale diventa sempre più complesso. E, comunque, fragile emanovrabile. Da un lato, infatti, c’è la tragica situazione birmana(che è reale) e dall’altro c’è una volontà di stampo americano chepunta a creare una sua base di forza proprio nel cuore del continentedove, ormai, a fare da “padroni” sono indiani, cinesi e russi. Di quiil tentativo americano - questo si sostiene in Eurasia - di tirare ifili di un disegno che dovrebbe essere destinato a cambiare il corsodella storia. E tutto avviene mentre gran parte dell’occidente siinterroga sulle posizioni di attesa pragmatica che si registrano aMosca, a Delhi e a Pechino. Con le diplomazie dei tre paesi che silimitano (per ora) ad osservare quanto avviene nelle strade birmanelasciando, comunque, ai media il compito di seguire con distacco gliavvenimenti.

C’è un qualcosa di strano e di inedito che caratterizza l’evolversidella situazione almeno dal punto di vista delle relazioni che i tregrandi paesi euro-asiatici vogliono mantenere con la Birmania, oggi ein futuro, pur ponendosi in uno stato d’allerta nei confronti di unprocesso che potrebbe sfociare in un liberismo sfrenato che aprirebbele porte al dominio del Nuovo Ordine Mondiale. E le conseguenze -secondo i politologi della Russia, dell’India e della Cina - potrebberoessere catastrofiche. Perché si aprirebbe in quel paese una pagina didisgregazioni sociali, di conflitti etnici e di scontri con i paesiconfinanti. E il colore “zafferano” dei monaci diverrebbe un coloregrigio, carico di soluzioni ignote. Non a caso, dicono i politicidell’Asia, l’America di Bush ha deciso di aprire il fronte birmanoproprio nel momento in cui registra insuccessi in Iraq e, in generale,nell’intero Medio Oriente.

Il secondo aspetto di questa complessa questione birmana riguarda ilrapporto economico che Mosca, Delhi e Pechino, hanno con Bangkok. E quiva subito ricordato che proprio nei giorni scorsi - mentre in Birmaniasi scatenavano i monaci seguiti da grandi folle - la Russia confermavala sua posizione di non ostilità alla giunta birmana. Infatti, dopoaver bloccato l'adozione di una risoluzione di condanna contro larepressione Putin si affrettava a giudicare "premature" le sanzionimentre l'argomento era ancora all'esame alle Nazioni Unite: "E' troppopresto per parlarne", dichiarava un portavoce del Cremlino. E subitoera chiaro che la posizione di Putin, analogamente a quella degliindiani e dei cinesi, era tesa a difendere precisi interessi economici,a cominciare dalla vendita di un reattore atomico (ad acqua leggeradella capacità di 10 MW che utilizzerà uranio arricchito al 20%.) diproduzione russa, che mirerebbe a bilanciare la totale dipendenzabirmana da fonti controllate dagli americani.

C’è poi l’India che non vede di buon occhio la scesa in campo delleforze religiose. E non è un caso se a Delhi, oggi, si ricorda chenell’ottobre del 2004 il generalissimo Than Shwe, capo del regimedittatoriale birmano, fu ricevuto con tutti gli onori dal governoprogressista dopo 24 anni di gelo diplomatico. Allora fu firmato unostorico trattato che vedeva tra i primi punti d’intesa una serie diimpegni per superare il contrasto che c’era con la Cina segnato daquelle antiche popolazioni divise dalle moderne frontiere politiche.


Pechino, dal canto suo, si mostra preoccupata. Di conseguenza,impedisce all’Onu di varare nuove sanzioni contro il regime birmano.Non è sola: Mosca si schiera al suo fianco. Ed oggi la spaccaturadiplomatica è netta e vede contrapposte da un lato Russia e Cina,dall’altro l’America e l’Europa, che hanno deciso misure unilaterali.In questo contesto va anche detto che Nuova Delhi finora si è, in uncerto senso, defilata, sebbene siano in gioco ricchi contratti perforniture militari.

E’ l’economia, quindi, che detta le sue leggi geopolitiche anche inquesta difficile regione? Le risposte che arrivano dalle diplomazieoccidentali più attente all’Asia propendono per il “si”. Si fa notareche Cina e Russia intrattengono forti relazioni con la Birmania e che eun eventuale embargo imposto a livello internazionale sconvolgerebbetali relazioni. Intanto il veto di Pechino è motivato in senso politicodall'ambasciatore al Palazzo di Vetro Wang Guangya: la Cina - dice -"confina con la Birmania e quindi più di ogni altro è interessata allastabilità e alla riconciliazione del Paese", giudicando che le sanzionieconomiche sarebbero inutili. Inoltre Guangya precisa che "anche se lasituazione è problematica, riteniamo che non costituisca una minacciaalla pace e alla sicurezza internazionale".

Il fatto che la questione sia un fatto interno è già stata la ragioneattraverso la quale Cina e Russia bloccarono una nuova proposta chechiedeva sanzioni per il regime, presentata nello scorso gennaio. Nonva dimenticato che la Cina è interessata ai ricchi giacimenti di gas(equivalenti a centinaia di milioni di barili di greggio), a un portosull’Oceano Indiano, a oleodotti per portare il greggio proveniente daAfrica, Medio Oriente e Venezuela dalla costa orientale del Golfo delBengala sino alla regione cinese dello Yunnan, ma anche a un mercatoper le proprie merci in partenza per l’India, il Medio Oriente e anchel’Europa. Tutto questo per non parlare di quel milione di cinesi chenel giro di questi ultimi anni si sono stabiliti in Birmania.

Comunque sia a Mosca c'é ottimismo sulla possibilità di una svolta inquesta lunga e complessa lotta. E l’opposizione - guidata dalla signoraAung San Suu Kyi - potrebbe trovare anche una chiave “asiatica” perdefinire meglio i suoi obiettivi. Ma questo vorrebbe dire che gliamericani verrebbero confinati nel ruolo di spettatori. Ed è unacondizione che Bush non accetterà mai.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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