Riduzioni truppe in Iraq annunciata da Bush che conferma le sue posizioni sull'Iraq

Sulla conduzione della guerra in Iraq, il mondo politico americano era diviso prima del discorso del presidente George W. Bush alla nazione di ieri sera

Sulla conduzione della guerra in Iraq, il mondo politico americano era diviso prima del discorso del presidente George W. Bush alla nazione di ieri sera (le tre del mattino in Italia), e ora, dopo il suo discorso, le parti politiche non solo rimangono divise, ma sono state avvertite palesemente dal presidente in carica che è la sua più ferma intenzione consegnare al successore, il quale sarà eletto a novembre dell'anno prossimo, una presenza militare americana duratura e consistente in Iraq.

Per Bush la situazione in Iraq è difficile, ma la nuova politica iniziata a gennaio con la decisione di inviare 30 mila truppe in aggiunta ai 130 mila già presenti nel paese, il "surge", ha cominciato a dare i suoi frutti con una generale riduzione del conflitto fra sunniti, shiiti, e kurdi, e, secondo il presidente, la riduzione del numero delle vittime fra gli iracheni. Per Bush, pertanto, si può iniziare una riduzione delle truppe in Iraq, che per l'estate prossima potranno scendere di nuovo a 130 mila, pari a quelle che c'erano già in Iraq all'inizio del 2007.

I dati del presidente Bush sono oggetto di contestazione da parte di più osservatori, inclusi le varie commissioni bipartisan che hanno dipinto, nelle scorse settimane, una situazione in Iraq abbastanza diversa da quanto prospettato dal presidente. Anche l'uccisione, poche ore prima del discorso presidenziale, dello sceicco sunnitaAbdul-Sattar Abu Risha, che incontrò Bush dieci giorni fa nell'Ambar, la provincia irachena tanto declamata dal presidente come esempio del successo del "surge", contraddice quanto afferma il presidente.

L'opinione pubblica giudica in modo sfavorevole come il presidente sta gestendo la situazione in Iraq: i sondaggi fatti negli scorsi giorni danno il 65% contro il presidente, il 2% indeciso, e solo il 33% a suo favore. Il Congresso, dove i democratici hanno una lieve maggioranza, tuttavia, non riflette simili percentuali fra i parlamentari. 

Secondo il senatore dell'Illinois, Barack Obama, uno dei candidati all'investitura democratica per le presidenziali del 2008, ai democratici mancano circa 15 voti al Senato per poter raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi, necessaria per ribaltare un eventuale veto presidenziale, che Bush certamente porrebbe se il Senato legiferasse il ritiro delle forze Usa dall'Iraq. Alla Camera, i democratici possono contare su 232 rappresentanti e mancherebbero ben 55 per raggiungere i due terzi. 


Sono pochissimi i deputati e i senatori repubblicani che hanno preso posizione palese contro la politica di Bush in Iraq. Uno dei più critici fra i repubblicani, il senatore del Nebraska, Chuck Hagel, durante la testimonianza del generale David H. Petraeus, comandante delle forze della coalizione in Iraq, e dell'ambasciatore Ryan Crocker, l'11 settembre dinnanzi alla commissione affari esteri del Senato, ha chiesto se in Iraq "valesse la pena il continuo investimento di sangue e patrimonio americano?" Fra i pochi senatori repubblicani che hanno preso apertamente le distanze dalla politica dell'amministrazione Bush in Iraq, spiccano i nomi di Richard Lugar dell'Indiana, e John Warner della Virginia.

In breve, i numeri al Congresso per proporre il ritiro dall'Iraq non ci sono, non riflettono la volontà dell'opinione pubblica americana in questo momento, e il presidente Bush sa bene che la matematica è dalla sua parte, almeno per ora.

Un minuto dopo la fine dell'intervento televisivo di Bush, i democratici hanno risposto, sempre in diretta televisiva nazionale, con il senatore del Rhode Island, Jack Reed, un ex ufficiale dei Rangers, un corpo d'elite dell'esercito americano, il quale ha dichiarato: "Questa sera una nazione ansiosa di una svolta in Iraq ha ascoltato il piano del presidente. Ancora una volta il presidente ha evitato di presentare un piano per mettere fine a questa guerra o una ragione convincente per portarla avanti". 

Il presidente della Camera, la democratica Nancy Pelosi, ha commentato molto duramente l'intervento di Bush: "Stasera, il presidente Bush, ha tracciato una strategia da status quo, che lascia almeno 130 mila soldati americani a rischio e pericolo in un'occupazione decennale dell'Iraq. Il popolo americano rigetta la richiesta del presidente per un ‘duraturo rapporto' con l'Iraq che prevede dover lasciare le nostre truppe nel mezzo di una mortale guerra civile per almeno 10 anni.  Il presidente ha fallito nel rispondere perchè lasciando 130 mila soldati in Iraq rafforzerebbe la nostra difesa e aumenterebbe la nostra sicurezza, o come farebbe a pagare l'addizionale costo di 700 miliardi di dollari".

Il discorso del presidente Bush, assieme alla risposta del senatore democratico Reed, conclude una settimana molto intensa e, a tratti, drammatica, iniziata con la testimonianza del generale Petraeus e dell'ambasciatore Crocker davanti alle commissioni congiunte difesa e affari esteri della camera il 10 settembre, e dalle testimonianze al senato il giorno dopo, sesto anniversario degli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001.

La testimonianza alla Camera è stata più volte interrotta da attivisti contro la guerra, i quali erano rimossi dall'aula, su ordine del presidente della commissione difesa della camera, il democratico Ike Skelton, immediatamente dopo ogni intemperanza. I rappresentanti e senatori democratici hanno faticato non poco per tentare di portare avanti una linea politica contro Bush senza coinvolgere i militari e i diplomatici impegnati in Iraq. Non è stato d'aiuto un'iniziativa di moveon.org, un movimento della sinistra del partito democratico, che ha pubblicato una pagina a pagamento nel New York Times del 10 settembre, in cui si chiedeva se il generale Petraeus, durante la testimonianza, sarebbe diventato il generale "betray us" (ci tradisci), giocando sulla pronuncia fonetica del cognome del generale, e accusando il generale di aver "aggiustato" le statistiche per dipingere di rosa la situazione in Iraq.

I politici democratici, ed in particolare i concorrenti alla candidatura per le presidenziali del 2008, hanno dovuto, da un lato, professare pubblicamente massima ammirazione e rispetto per il generale, e dall'altro, evitare di sconfessare la sinistra del partito.  I repubblicani hanno, ovviamente, sfruttato la difficoltà dei democratici, presentandoli al paese come ingrati nei confronti delle forze armate.

Ora la parola passa ai sondaggi che saranno fatti nei prossimi giorni per capire come il paese ha reagito all'intensa ed emotiva settimana dedicata alla guerra in Iraq. 

Il discorso di Bush è disponibile in rete al seguente link:
http://www.cnn.com/2007/POLITICS/09/13/bush.text/index.html








di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


Torna su