Crisi Borse e mutui: la Fed taglia il tasso di sconto, ma i problemi rimangono

All'apparenza sono due fenomeni non strettamente collegati tra loro. Ma in realtà la crisi dei mutui immobiliari, che sta facendo crollare il mercato azionario statunitense, portando con sé nella rovinosa scia le borse europee, è anche in parte

I pericoli dell'uso dissennato dei cosiddetti "derivati" o "titoli spazzatura" da parte delle banche, fondi d'investimento e fondi pensionistici integrativi, erano stati denunciati da pochi ed inascoltati analisti indipendenti.

Mentre sulle televisioni di mezzo mondo ( dai canali specialistici satellitari come CNBC, Bloomberg TV, CNN e FOX TV) si è dato credito a queste nuove e più redditizie forme di investimento speculativo, anziché analizzare obiettivamente il tipo di prodotto finanziario.
Ebbene, in questi giorni le Banche centrali utilizzano le loro riserve (danaro pubblico) per sostenere la liquidità delle principali banche private, rimaste imprigionate nella rete dell'insolvibilità dei mutui immobiliari.

Certo, si tratta di danaro impiegato a tempo, ma a tassi di interessi vantaggioso. E pur sempre è un intervento pubblico (ad opera della Federal Bank Usa e della BCE europea) che la dice lunga sul perverso rapporto, da una parte, tra economia rampante di mercato, senza regole e con il "dio speculazione" come imperativo dominante e, dall'altra parte, sul ruolo di regolatore degli stati, sempre più ridotti a "mute pagatori" che devono intervenire solo se i mercati irrazionali distruggono ricchezze.

Siamo, insomma, in balia di una crisi profonda del capitalismo post-keynesiano, aggravata dalla globalizzazione dei mercati e delle informazioni via internet, dalla caduta delle ideologie e, quindi, dalla permeabilità dei mercati nazionali, anche quelli protetti, ex-comunisti, di recente approdo ai sistemi borsistici internazionali.
Non ci sono difese reali, se non la "moral suasion" delle grandi Banche centrali e degli istituti sopranazionali, come Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Non esistono, purtroppo, istituzioni pubbliche che possano regolare con severità gli andamenti dei mercati speculativi finanziari, comminando sanzioni, chiudendo società finanziarie e banche troppo ingorde; riportando insomma la libera circolazione dei beni immateriali, quali sono gli investimenti finanziari tipici ed atipici, sul binario del lecito e del legale.

Si lascia andare tutto sulla scia del "business is business", sul fatto che i mercati di per sé si autoregolano e che la "moneta cattiva" alla fine viene scacciata da quella buona. Ma non è così nella realtà! Oggi, infatti, viviamo con una economia schizofrenica, che si muove su due piani divaricanti che si allontano sempre più tra di loro. Da una parte, l'economia finanziaria che "gioca" attraverso le Borse di tutto il mondo in tempo reale utilizzando qualsiasi tipo di strumento di azzardo. Manca solo che si inventino titoli atipici sui tempi di laurea dei propri figli, una volta richiesti alle banche un mutuo di sostegno ai loro studi universitari!


Immense ricchezze, provenienti dai risparmi della gente che lavora o è in pensione ( e quindi danaro vero, reale!), vengono trasferite in prodotti altamente specializzati e a rischio incredibile. Cioè si "gioca" sui derivati e gli atipici, come se si stesse scommettendo alle corse dei cavalli o dei cani. A nulla valgono i dati reali che "sottostanno", come si dice tecnicamente, a questi titoli e investimenti "spazzatura": si tratti di immobili comprati dai risparmiatori per abitarci o per investirci i propri soldi, magari delle liquidazioni, oppure dei fondi pensionistici integrativi ( un pericolo che ora anche in Italia dovrà essere affrontato con regole e controlli più severi, dopo l'avvio della legge!).

Sull'altro piano inclinato scivola l'economia concreta, che gli stessi attori finanziari snobbano sempre più, perché rende di meno e in tempi troppo lunghi. Ma anche perché occorre fare i conti con la concorrenza globalizzata, impiegare capitali nell'innovazione tecnologica e di prodotto, investire nei processi di produzione, commercio, marketing e, soprattutto, avere a che fare con la variabile umana, con coloro che lavorano nelle imprese a vari livelli.
Questo tipo di economia, che poi in realtà è quella che ci fa lavorare, vivere, guadagnare stipendi, spendere in beni di consumo, pagare le tasse e relazionare con il resto del mondo, questa economia reale non piace proprio più. E' troppo complessa e quasi demodèe.
Eppure i capitalisti proprietari delle imprese sono in gran parte gli stessi che partecipano agli utili delle società finanziarie e delle banche! Ma qui sta la schizofrenia che corrode dall'interno il mondo capitalistico post-moderno.

Se non si corre ai ripari subito, il crack finanziario si trasformerà in dura recessione economica. Altro che 1929 o la crisi petrolifera degli anni Settanta, o quella della "bolla speculativa" della New Economy e del dopo 11 Settembre 2001!
Come analisi della crisi che stiamo vivendo ci sembrano utili i contributi apparsi sulle pagine di Repubblica nei giorni scorsi a cura di Massimo Riva su Repubblica e del Premio Nobel per l'economia Joseph E. Stiglitz, oltre all'editoriale "domenicale" di Eugenio Scalfari . Purtroppo mancano le proposte, perché significherebbe dare delle indicazioni che necessariamente superano le "ricette" del liberismo economico-politico, su cui si reggono attualmente sia i governi di centro-destra, sia quelli di centro-sinistra.

L'abolizione delle ideologie ha di certo aperto gli occhi a tutto il mondo, ha portato forme di libertà e democrazia mai conosciute finora, ma ha anche impoverito l'idealità, la progettualità politica cosiddetta "alta". Ci vuole più stato regolatore, solidaristico e investitore per un'economia eco-compatibile, sostenibile anche ecologicamente, nel senso più ampio del termine. Ci vogliono istituzioni sopranazionali che intervengano anche con sanzioni sulle storture dei mercati, senza far perdere danaro pubblico alle banche centrali. Sono necessarie politiche di investimento nelle infrastrutture "leggere", non invasive dei territori, e di sviluppo di forme di occupazione per "campagne" di interesse pubblico anche sopranazionale a tempo determinato( sulla falsariga di quanto fece Roosvelt con il suo New Deal, ma a livello federale americano).

Per fare questo però, occorre anche indirizzare le coscienze verso un'economia ed una finanza "disintossicate" dalle false sirene che spopolano sui giornali e sulle televisioni, soprattutto sui media specializzati.
Fa un certo senso, allora, leggere, quella specie di panegirico apparso l'11 agosto scorso sull'autorevole Corriere della Sera a firma di Alastair Campbell (ex- consigliere del premier britannico, laburista, Tony Blair dal 1994 al 2003) dal titolo davvero imbarazzante: "Non bisogna avere paura di Murdoch".
Ma come! Proprio mentre l'economia e la finanza mondiale, ormai in stato di crisi latente da alcuni anni, dovrebbero avere una giornalismo, dei "cani da guardia" liberi, indipendenti e professionali, ecco che l'uomo più potente dei media, il più furbo e col maggior senso degli affari del globo, acquista la "Bibbia" dell'informazione economica il "Wall Street Journal", controlla tv, giornali e società di produzione cinematografiche di tutto il mondo, Cina e Asia comprese, e proprio ora questo "signorotto inglese" ci ammonisce a non accanirci proprio contro "lo squalo australiano"!?!
Abbiamo capito come mai il New Labour sia alla fine diventato solo una macchina propagandistica per sostenere le elezioni di Blair, tanto da guadagnarsi l'appoggio pubblico e determinante proprio dei media di Murdoch. Come la politica di Blair sia stata, in estrema sintesi, una prosecuzione di quella conservatrice della Thatcher!

Per questo, però, anche nel campo dei media, della libera circolazione delle informazioni, è necessario che gli stati diano vita ad altre istituzioni sopranazionali in grado di intervenire con regole antitrust a tutela dei cittadini-elettori-risparmiatori, del pluralismo informativo e dell'innovazione tecnologica mediale, che allarghi le forme del sapere e della conoscenza.
Da qui si può ripartire, per superare la crisi del capitalismo schizofrenico e poggiare le basi per una società più equa, solidaristica, libera nell a trasmissione delle informazioni e realmente democratica.








di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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