Premier giapponese Abe rimane in carica nonostante la grave sconfitta elettorale

Nonostante il crollo del suo partito alle elezioni legislative il premier giapponese non intende lasciare. Ma sarà dura continuare a governare senza la maggioranza in Senato, e con una popolarità in caduta libera, colpa degli scandali economici e del

Shinzo Abe non si dimette. Nonostante la sonante sconfitta che il suo partito ha subito nello scrutinio per il triennale rinnovo di metà del Senato, il premier giapponese, ultraconservatore, resiste e annuncia per ora soltanto un rimpasto di governo e un avvicendamento nel partito. Il segretario generale liberaldemocratico Shoichi Nakagawa, numero due del partito, si è dimesso subito dopo il discorso del premier, vittima sacrificale della disfatta, ma non sarà sufficiente per evitare una resa dei conti ben più consistente, perché le dimensioni del tracollo, il secondo peggior risultato degli ultimi 52 anni nella storia del partito, lasciano ad Abe ben poche possibilità di contrattazione sia nel governo che nel partito, l'ombra di quello che ha dominato la scena politica nipponica per gran parte del dopoguerra.

Secondo i dati definitivi, ha votato il 58,64% con un aumento di oltre due punti rispetto all'ultima
consultazione del genere nel luglio 2004, ma registrando comunque 10 milioni di astenuti. Al Senato i liberaldemocratici avranno 83 seggi su un totale di 242, perdendone 14, la metà di quelli acquistati dal Partito democratico, la maggiore forza di opposizione, che arriverà ad averne 109, guadagnando la maggioranza della cosiddetta Camera Alta, per la prima volta dal 1955. Infatti, la coalizione conservatrice, che unisce il partito del premier e la forza di ispirazione buddhista Komei, potrà contare su 105 seggi, contro i 137 dell'opposizione. Un vantaggio che rafforzerà la posizione del leader del Partito democratico Ichiro Ozawa, l'esponente di centrosinistra che difficilmente acconsentirà a compromessi con Abe, lasciandolo al governo soltanto in cambio di importanti contropartite. Per quanto anche l'opposizione, appesa ad un anziano capo e rifugio maldestro di transfughi della sinistra, ex liberaldemocratici, e conservatori protezionisti, non se la passi bene. "E' stato un risultato pesante ma accettiamo il giudizio degli elettori in modo serio e sincero, rispondendo alla responsabilità di nominare i membri dell'esecutivo dal momento che gli elettori hanno chiesto a gran voce un rimpasto", ha detto Abe nel corso di una conferenza stampa all'indomani del verdetto, apparendo scosso e sorpreso. In realtà le previsioni non erano molto favorevoli al premier, dopo che nei primi dieci mesi di governo ha attuato un programma di forte impronta nazionalistica, cadendo in continuazione su scandali e gaffe che ne hanno macchiato la popolarità, finendo nel mirino dei politici più esperti e facendo spesso invocare all'opinione pubblica (l'ex premier Yoshiro Mori su tutti) una guida più esperta del cinquantatreenne capo del governo. Secondo la legge, Abe non è costretto a dimettersi: è alla Camera bassa, più importante, che compete il voto di fiducia al governo, per cui tecnicamente il risultato di ieri non apre una crisi di governo, ma minaccia seriamente la paralisi legislativa.

Il premier ha migliorato le relazioni con la Cina e la Corea del Sud, ha messo mano ai libri scolastici in chiave "revisionista", ha ridato smalto ad un nazionalismo cibatosi anche di pericolosi equilibrismi giuridici, come quando ha negato le responsabilità storiche dell'esercito nipponico per la storia delle "schiave sessuali" cinesi e coreane usate nei bordelli militari dagli anni Trenta in poi. Forte del fatto che il suo partito non ha un leader alternativo, Abe ha assicurato di voler "proseguire nelle riforme", dall'economia alla revisione della Costituzione pacifista, difendendo i risultati del suo mandato, che pure lo hanno visto incerto in politica interna e balbettante negli ambienti diplomatici, affossando le sue ambizioni per un Giappone più autorevole sulla scena internazionale. Non stupisce quindi una bocciatura di tale portata, ancor più grave perché arrivata nel primo vero appuntamento elettorale dalla formazione del governo, tanto che sono in molti adesso a restare perplessi di fronte alla scelta di Abe di non mollare, al contrario di quello che fecero alcuni suoi predecessori, che si dimisero subito dopo aver perso la maggioranza.

I primi a tuonare contro il premier sono i giornali giapponesi, pronti a giurare su un periodo di instabilità: il quotidiano di centrosinistra Asahi sottolinea che "all'interno dello stesso Partito liberaldemocratico sono destinate ad accrescersi le voci affinché il premier si dimetta", mentre il giornale economico Nikkei chiede all'opposizione di centrosinistra di mostrare "senso di responsabilità" invitando le parti al dialogo. Ripercussioni consistenti si sono infatti già registrate sulla borsa di Tokyo. L'indice Nikkei ha aperto in ribasso dello 0,84 percento, fino ad arrivare a -1 punto percentuale a metà giornata. "Gli elettori hanno dato un chiaro segnale di fallimento" rincara la dose il quotidiano Asahi in un editoriale, "il primo ministro dovrebbe prendere seriamente questo risultato e dimettersi". A pesare sulla popolarità di Abe, su cui aleggia lo spettro di un avvicendamento con l'attuale ministro degli Esteri, Taro Aso, sono stati soprattutto gli scandali. Due ministri si sono dimessi, uno si è persino suicidato, travolti da accuse di corruzione. Un terzo, l'ex titolare della Difesa, è scivolato su una gaffe su Hiroshima e ha dovuto lasciare l'incarico. Senza contare le 50 milioni di pratiche pensionistiche incredibilmente (e ufficialmente) "smarrite" dall'istituto di previdenza, culmine del distacco dalla cittadinanza e simbolo degli errori che hanno fatto rimpiangere agli elettori il debolissimo governo di Junichiro Koizumi, predecessore di Abe.

Tra i più noti candidati che non sono riusciti a entrare al Senato figurano una nipote del leader militarista Hideki Tojo, considerato l'"Hitler nipponico", la prima candidata dichiaratamente omosessuale, Kanako Otsuji, e l'ex presidente peruviano Alberto Fujimori (presentatosi con la formazione conservatrice Nuovo partito popolare, accreditata di uno scarso 1%) che è agli arresti domiciliari in Cile e che sperava in una sorta di immunità per evitare l'estradizione, per evitare di rispondere a pesanti accuse di corruzione.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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