Erdogan diventa il nuovo premier in Turchia: rilancierà l'islam e combatterà militarmente i curdi?

L'Akp raccoglie il 47,78% dei voti, 13% in più nel 2002. Un successo inatteso nei numeri, che, nonostante non gli permetta di eleggere autonomamente il presidente della Repubblica, rilancia il premier islamista, pronto a stravolgere la costituzi

Un successo del genere forse non se lo aspettava neanche lui. E ora Tayyip Erdogan può passare alla cassa. Il suo partito, l'Akp, ha raccolto il 47,78% (nel 2002 era arrivato al 34,3%) dei voti nelle elezioni generali in Turchia, permettendogli di formare un nuovo governo monocolore. Un risultato importante, una "vittoria impressionante", come ha detto il presidente della Commissione Europea, Barroso, dopo mesi di polemiche e difficoltà. Un boom che non gli consentirà però di eleggere autonomamente il nuovo presidente della Repubblica per cui viene richiesto il voto dei due terzi degli eletti. In Parlamento entrano anche il partito laico di sinistra dei Repubblicani del Popolo, il Chp, con il 20,86% e gli ultranazionalisti del Mhp, gli ex Lupi Grigi, con il 14,34% dei voti.

Erdogan potrà contare su 340 deputati su un totale di 550, e si dice già pronto a battersi per l'ingresso di Ankara nell'Ue, e contribuendo alla sterzata del paese verso le riforme democratiche e lo sviluppo economico, come ha annunciato lui stesso, dopo aver promesso di lavorare per l'unità nazionale e di mantenere fermi i principi di base della Repubblica turca. Impegni che il premier turco, riconfermato dalla vittoria elettorale nelle consultazioni politiche di ieri, ha preso di fronte a una folla di suoi sostenitori festanti. "Non devieremo dai valori fondamentali della Repubblica, ma ne saremo anzi i custodi", ha detto, quasi mettendo le mani avanti rispetto al rischio delle derive islamista che temono i suoi detrattori.

"Il popolo ci ha dato un mandato per continuare sulla nostra strada con noi - ha continuato Erdogan - Rispetteremo anche gli elettori che non hanno votato per noi. La diversità delle scelte è una ricchezza della democrazia". Accanto al premier, il ministro degli Esteri uscente (e candidato alla presidenza bocciato dal precedente parlamento) Abdullah Gul e le rispettive mogli, Emine e Hairunisa, entrambe con il capo velato.

"Continueremo a lavorare con determinazione per raggiungere il nostro obiettivo dell'Unione Europea", ha aggiunto Erdogan alla folla dei suoi sostenitori, descrivendo la sua vittoria come un trionfo della democrazia e promettendo di continuare il cammino del precedente quinquennio. Ma i nodi relativi al suo mandato restano. La questione della laicità, per la quale nei mesi scorsi hanno manifestato milioni di turchi e soprattutto il problema dei curdi, il più pregnante, oggi. Nel neonato Parlamento tornerà il Partito dei nazionalisti curdi, che ora, dopo le passate traversie con la magistratura, si chiama Dtp, rappresentato da ben 24 deputati eletti come indipendenti, ai quali. Erdogan ha voluto subito spiegare, che "nella nostra lotta contro i terroristi separatisti siamo determinati a intraprendere ogni passo al momento giusto".

Quello che c'è da capire è quale Turchia emerge da un voto del genere, caratterizzato dall'alta affluenza, dopo le traversie e  i problemi che hanno costellato gli ultimi mesi di tensioni, ricatti, strategie più o meno occulte da parte di Erdogan, ma anche da parte dell'opposizione. Una Turchia conservatrice e meno moderata rischia di creare ulteriori fratture tanto nei negoziati europei quanto nel conflitto iracheno. Anche perché pur sventolando la bandiera della democrazia e con proclami di apertura e dialogo, è forte la possibilità che Erdogan scelga di cambiare la costituzione e minacciare anche il concetto di laicità dello stato. Forte dei consensi di metà della nazione, e già benedetto dagli Usa (la Casa Bianca ha parlato di "elezioni libere e giuste"), il premier potrebbe cercare di eleggere il nuovo Presidente della Repubblica con le buone o con le cattive, nonostante parli di "concertazione".


Cercando il supporto degli indipendenti (26, di cui 24 curdi) per avere i numeri per l'elezione in parlamento, oppure ricorrere direttamente al referendum, il 21 ottobre, quando i cittadini turchi si pronunceranno sull'elezione diretta del Capo dello Stato. In entrambi i casi Erdogan proporrà un suo uomo, come ad aprile, quando il suo vice Abdullah Gul fu bocciato dal parlamento, creando uno stato di empasse che ha destabilizzato il paese, e che sembrava avesse fatto perdere consensi al premier.

Un rischio enorme che potrebbe di fatto aprire la strada a scenari che non hanno certo molto in comune con la democrazia: con la presidenza in tasca, il premier potrebbe ultimare il suo piano, modificando il concetto di laicità dello Stato in chiave islamista, e mettendo le mani sulle nomine delle alte reggenze giudiziarie e militari. Pericoli evidentemente non avvertiti dal 47% che l'ha votato, approvando la sua linea dopo quattro anni e mezzo di governo, ma di fatto ponendo le basi per un muro contro muro ancora più acceso di prima, se, come prevedibile, la sinistra cercherà di difendere la costituzione di Ataturk, magari battendosi anche per risolvere la grana Cipro e per contrastare la militarizzazione della politica del premier. Non a caso, la stampa turca interpreta la netta vittoria del partito Giustizia e sviluppo (Akp) come risultato di una campagna delle forze armate che, minacciando di intervenire contro il governo e schierandosi contro i dimostranti scesi per le strade del Paese per dire no alla candidatura di Abdullah Gul alla presidenza della Repubblica, hanno spianato la strada all'affermazione elettorale dell'Akp.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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