Un presidente donna in Argentina? Cristina Fernandez de Kirchner candidata alle prossime elezioni

Cristina Fernandez de Kirchner come Hillary Clinton. La senatrice peronista ha annunciato che correrà per la casa Rosada nelle elezioni del prossimo 28 ottobre. I sondaggi per ora le danno sostegno

Le first lady fanno sul serio. Seguendo l'esempio di Hillary Clinton, e ricalcando le orme di Evita Peròn, anche Cristina Fernandez de Kirchner sogna di emulare il marito e correrà diventare presidentessa dell'Argentina. La cinquantaquattrenne senatrice ha scelto un piccolo teatro di La Plata, la sua città, preferito alle grandi platee che il partito peronista è abituato a smuovere, per annunciare la sua candidatura, da tempo programmata, nella corsa alla Casa Rosada. In un discorso di circa 45 minuti, la candidata alla presidenza ha reso omaggio al lavoro del marito, che ha rinunciato a ricandidarsi, definendo il suo lavoro "senza precedenti" al mondo.

 "Un politico che abbia il 70% dei favori dell'opinione pubblica e il 50% delle intenzioni di voto e decida di non ricandidarsi, pur potendolo fare, è fuori dal comune, e già questo è il primo segnale di cambiamento", ha detto la senatrice, impegnandosi a seguire il percorso del marito, dando continuità al suo mandato presidenziale. Il leader di centrosinistra non ha pubblicamente spiegato i motivi della sua scelta, ma alcuni analisti parlano di stanchezza e problemi di salute, senza escludere però un piano a sorpresa per tornare in sella nel 2011 (legge argentina permette solo due mandati consecutivi per la presidenza, ma consente agli ex presidenti di ricandidarsi dopo quattro anni di "riposo"), e controllare "dall'esterno" i prossimi quattro anni. "Questa Argentina che nutre molte speranze nel futuro" - ha detto Cristina Fernandez - "ha bisogno di stabilità, di un modello istituzionalizzato. Le elezioni presidenziali non possono più essere una roulette russa per gli argentini".

A 100 giorni dal voto del 28 ottobre, tutti i sondaggi danno nettamente favorita la moglie di Kirchner nella corsa alla presidenza, senza che il recente scandalo che ha costretto alle dimissioni il ministro dell'economia, Felisa Miceli (coinvolta in uno scandalo legato a una somma di denaro, 60mila dollari in contanti, trovata nel bagno ministeriale), riesca ad ostacolarne la strada. Avvocato, parlamentare dal 1995, Cristina Fernandez non sarebbe la prima donna a guidare il Paese, ma la prima a essere eletta presidente (Evita Peròn subentrò al marito automaticamente). Ha già posto tra le priorità della sua campagna elettorale la ricostruzione dello Stato istituzionale democratico e la scelta di un modello economico basato sull'inclusione sociale.

"È necessario generare un cambiamento nel paradigma culturale degli argentini, recuperare l'autostima, il lavoro, come asse centrale dell'Argentina del futuro" ha detto alla folla riunita per la sua acclamazione ufficiale (circa duemila persone), affiancata dal marito, presidente uscente e da oggi suo primo sostenitore, e applaudita dal governo al completo e da uno stuolo di sindaci, governatori e dirigenti peronisti. Per le strade, sono già apparsi manifesti con la foto di "Cristina", come la chiamano gli argentini, e lo slogan "il cambiamento arriverà presto". La "primiera dama" ha raccolto consensi ed ovazioni soprattutto quando ha esortato le donne "formatrici di valori" a unirsi "al cambiamento promosso dal ‘Frente per la Victoria' (l'ala progressista del partito peronista), elogiando anche l'impegno per la difesa dei diritti umani delle Madri e delle Nonne di Plaza de Mayo, presenti in sala. A La Plata la Fernandez ha incontrato anche cinque governatori dell'Unione civica radicale (Ucr, il partito da sempre storico antagonista del giustizialismo fondato da Juan Domingo Peron), tra i quali, quello della provincia di Mendoza, Julio Cobos, che secondo alcuni potrebbe essere il vicepresidente in pectore. A contrastarla ci saranno almeno altri quattro candidati, compreso l'ex ministro dell'Economia, Roberto Lavagna, tra i leader dell'Ucr.

La Fernandez ha messo in luce i quattro anni di presidenza del marito, sostenendo che al suo arrivo alla Casa Rosada, nel 2003, "milioni di argentini erano in ambasce e alla mercé di Dio", ma che, "pur se è stato criticato il cammino politico intrapreso dal governo" per risolvere tali problemi, "gli argentini hanno ora migliorato la loro qualità della vita, come lo dimostrano le statistiche". L'Argentina di oggi, risollevata dopo gli anni più bui della recessione alla fine degli anni novanta, è un paese in ascesa, forte anche dei buoni rapporti con gli altri paesi sudamericani, in prima linea in un patto di non allineamento ai valori occidentali, sebbene Kirchner sia senza dubbio meno rivoluzionario e più moderato di Chavez o Morales. "Il paese ha ricostituito il sistema di decisione dello Stato democratico costituzionale", ha ricordato la first lady, impegnandosi a promuovere un modello economico che sia l'altra faccia della medaglia di quello degli Anni '90, basato sull'accumulazione con trasferimento di capitali all'estero".


"Il nostro - ha spiegato - sarà un modello di accumulazione con inclusione sociale e con un chiaro profilo industriale, quello che ci ha già consentito di concretizzare passi avanti nell'ambito economico e di ridurre i negativi indici sociali e lavorativi". Nonostante le ammissioni sulla strada ancora lunga da fare, e sull'esistenza di "sacche di miseria" in alcune zone del paese, la neo-candidata ha sventolato con orgoglio di partito (e di moglie) la "rottura dei tabù", dimostrando che "è possibile reindustrializzare il paese", e rilanciare l'Argentina come forza politica ed economica a livello internazionale, e che intanto si ponga come interlocutore privilegiato tra i paesi sudamericani, sfruttando proprio la credibilità diplomatica guadagnata da Kirchner. Un punto a favore è arrivato anche recentemente dalla risoluzione della Corte Suprema di giustizia che ha annullato gli indulti concessi dall'ex presidente Carlos Menem ai repressori del passato responsabili di massacri e crimini durante la dittatura militare tra il 1976 e il 1982, Videla in testa. Una sentenza che "ha chiuso un ciclo", secondo la Fernandez, e che permette di guardare avanti per "ricostruire lo stato democratico istituzionale".





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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