Mariti e mogli dei futuri potenziali presidenti Usa: il loro ruolo e la loro importanza per vincere

Come sempre, la campagna elettorale per la Casa bianca si gioca anche attraverso i coniugi dei candidati. E, in campo democratico, emerge il carisma di un marito, Bill Clinton, e di due mogli, Michelle Obama ed Elizabeth Edwards

Una delle novità di questa lunghissima campagna elettorale presidenziale, iniziata a gennaio e che durerà fino a novembre del 2008, è costituita dalle mogli -- e dal marito -- dei candidati, particolarmente nel campo democratico. La ragione è che i candidati democratici non hanno mai cambiato coniuge, mentre tra i repubblicani solo il mormone Mitt Romney non ha divorziato, mentre gli altri principali candidati, Rudolph Giuliani e John McCain, hanno avuto nel corso degli anni un totale di cinque mogli in due, ed comprensibile che non le esibiscano più di tanto in campagna elettorale. Un altro candidato repubblicano, Fred Thompson, si è recentemente risposato a 65 anni con una bionda e vistosa signora più giovane di lui di 25. Stranezze della politica americana (e non solo) in cui gli esponenti di sinistra vengono spesso presentati come dei libertini, mentre quelli di destra come i più strenui difensori della famiglia...

Tra i democratici è la qualità delle aspiranti first ladies (e del first husband) a costituire una novità rispetto al passato. Si tratta di modelli femminili (e di un maschile) abbastanza atipici per la politica americana, dove pure, a differenza di altri paesi occidentali, le mogli hanno sempre avuto un ruolo di rilievo. Come scrive Ruth Marcus del "Washington Post" il popolo americano eleggendo un presidente "compra" un pacchetto e vuole sapere cosa c'è dentro, che razza di uomo (o donna) è, quale tipo di famiglia rappresenta e che tipo di rapporti ha con la moglie (o il marito). Da tutto ciò trae anche spunti per valutarne la credibilità, la coerenza dei comportamenti (ahi Bill Clinton!), e la vicinanza alle preoccupazioni della gente comune. E' un modo un po' fumettistico di intendere la politica, ma che risponde ad un bisogno profondo di autenticità e di verità personale cui i più disincantati elettori europei sembrano avere rinunciato.

Come che sia, non sembra più tempo di mogli nell'ombra, come la timida Laura Bush, che saluta con la manina e non parla mai, né come Barbara, moglie del primo Bush, o come Nancy, coniugata Reagan, o anche come Hillary Clinton, quando era alla Casa bianca col marito: queste erano first ladies forti, ma che se esprimevano giudizi politici lo facevano dietro le quinte o nella camera da letto presidenziale. Lontani sembrano anche gli esempi di due mogli di ex candidati come la dottoressa Judith Steinberg, che da subito dichiarò che non avrebbe seguito il marito Howard Dean alla Casa bianca e avrebbe continuato ad esercitare la sua professione; o come Teresa Heinz che, all'opposto, per loquacità e dinamismo dava l'impressione di schiacciare il marito John Kerry.

Oggi sembra di essere ritornati ai tempi di Eleanor Roosevelt, la moglie di Franklin Delano, che ebbe un ruolo importante in politica estera, particolarmente nella stesura della Carta universale dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite. Sulla scena di questa campagna elettorale ci sono due mogli e un marito di singolari credenziali e merito, non solo come possibili consorti presidenziali, ma per quello che sono, che rappresentano e che promettono di fare.

Partiamo da Bill, naturalmente, il vecchio leone della politica americana, che, nonostante le passate disavventure coniugali e una minaccia di impeachment, ha conservato intatta la sua popolarità tra i democratici e l'ha messa al servizio della moglie. Una popolarità basata anche su una estesa rete di finanziatori e sul controllo della macchina organizzativa del partito. Da quando la moglie ha incominciato a calare nei sondaggi e Obama a salire ha deciso di impegnarsi in prima persona. La presenta nei comizi, se ne fa mallevadore, ammorbidisce con la sua bonomia l'oratoria un po' fredda di lei e cerca di fugare il sospetto che sia animata da una cinica voglia di potere.

Anche Elizabeth Anania, moglie di John Edwards, il candidato ex senatore della Carolina del Nord, è una consorte fuori del comune, con una storia personale di intensa autenticità. Di origini italo-americane, ha vissuto a lungo in Giappone. Negli Stati Uniti ha studiato legge, ha sposato John e praticato l'avvocatura fino alla morte in un incidente d'auto del figlio maggiore, Wade. Da allora si è dedicata a tempo pieno ad attività sociali a favore dell'istruzione dei giovani meritevoli ed è sempre stata molto attiva nel partito democratico. L'opinione pubblica è stata colpita dal coraggio e dalla discrezione con cui ha deciso di rimanere a fianco del marito in campagna elettorale nonostante la recrudescenza di una grave malattia.

Ma la novità più sorprendente è l'emergere sulla scena nazionale di Michelle Obama, 43 anni, moglie da undici di Barack. Anche lei nera, ha un passato fino ad un certo punto parallelo a quello di un'altra illustre afro-americana, Condoleezza Rice, più anziana di lei di dieci anni. Entrambe sono nate in famiglie di modesti mezzi, Condi nel Sud, a Birmingham, e Michelle nel Nord, a Chicago. Entrambe dotate intellettualmente, hanno studiato in università prestigiose e intrapreso altrettanto prestigiose carriere, Condi come docente universitario e Michelle come avvocato. Ma qui finiscono le somiglianze.

Contrariamente alla potente segretaria di stato, Michelle Obama non ha mai rotto i legami con la gente della sua razza, né dimenticato le condizioni di discriminazione cui è ancora sottoposta. Anche lei si liscia i capelli, secondo l'uso del borghesia nera, anche lei veste con eleganza, anche se non con la maniacale ricercatezza di Condi. Ma mentre Condi non è amata dalla comunità nera (che usa per lei l'appellativo dispregiativo di Aunt Jemima - una sorta di zio Tom al femminile), così non è per Michelle Obama, che non maschera il proprio accento e la propria identità di razza e torna spesso nel South Side di Chicago dove è nata.

Anche la carriera è stata diversa. Mentre Condi ha salito gli scalini del successo dalla parte del potere politico e finanziario, Michelle, dopo l'incontro con Barack, ha lasciato la pratica di avvocato ed è diventata amministratrice degli ospedali universitari di Chicago, un'attività che la mantiene in contatto con i problemi della gente comune. Ma la cosa più interessante di questa energica e imponente signora (è alta un metro e ottanta) è la nuova versione di femminismo di cui si fa portatrice. Un femminismo pragmatico, senza i furori ideologici degli anni '70, per migliorare concretamente la condizione delle donne nella famiglia e nella società. In una recente intervista ha dichiarato: "Noi donne siamo sottoposte ad una pressione in più: quella di conciliare il ruolo di madre, di moglie, di organizzatrice domestica con il lavoro e la carriera. Io ho potuto farlo perché ho avuto la fortuna di averne i mezzi. Ma le altre donne? Le insegnanti, le infermiere, le autiste di autobus, le madri single che costituiscono il fondamento della nostra società? E' da loro e dai loro bisogni che bisogna partire quando si parla di famiglia."

Parole nuove, che non si sentivano da molti anni in politica. E' nata una nuova stella nera nel firmamento democratico che, anche se Barack non sarà eletto, già brilla di luce propria.








di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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