Attentato contro giudice Borsellino: colpevoli sono i servizi segreti deviati ? Indagine.

Potrebbero infatti esserci i servizi segreti dietro alla strage di via D'Amelio nella quale oltre Borsellino morirono cinque agenti della scorta; è quanto sta cercando di accertare la procura della Repubblica di Caltanissetta

Dal 23 maggio al 19 luglio corrono all'incirca 60 giorni. Vale a dire quelli che nel 1992 Paolo Borsellino ebbe a disposizione prima di essere ucciso,  per indagare e raccogliere informazioni sulla morte del suo amico e collega Giovanni Falcone, trucidato insieme e Francesca Morvillo e la loro scorta nella strage di Capaci.

Il magistrato siciliano si mise infatti quasi subito all'opera, recuperando molto materiale nel giro di brevissimo tempo lavorando incessantemente, senza quasi mai dormire, una sigaretta dietro l'altra.

Un destino curioso e atroce, quello di Borsellino, che andando avanti nella sua indagine si rendeva sempre più conto di essere un uomo già morto, come egli stesso affermò proprio a ridosso di quel 19 luglio.

Il giudice palermitano studiava, interrogava, osservava: e scriveva il tutto su una agenda, la famosa "agenda rossa" scomparsa, su cui torneremo in maniera più approfondita domani, in ricordo dei quindici anni dal suo barbaro assassinio.

Oggi invece bisogna parlare di questa nuova pista di indagine, che in un primo momento era stata accantonata e archiviata, poi ripresa nei mesi scorsi dagli investigatori.


Potrebbero infatti esserci i servizi segreti dietro alla strage di via D'Amelio nella quale oltre Borsellino morirono cinque agenti della scorta; è quanto sta cercando di accertare la procura della Repubblica di Caltanissetta, che ha aperto un fascicolo d'indagine.

Secondo l'ipotesi degli inquirenti coordinati dal procuratore aggiunto Renato di Natale, qualcuno degli apparati deviati dei servizi segreti potrebbe aver ricoperto un ruolo nell'attentato, e in particolare gli inquirenti stanno valutando una serie di documenti acquisiti dalla procura di Palermo, che riguardano il telecomando che potrebbe essere stato utilizzato dagli attentatori per la strage.

A questo apparecchio sembrerebbe infatti collegata l'attività professionale di un imprenditore palermitano, ed è una novità importante questa, dato che i processi che si sono svolti in passato hanno solo condannato gli esecutori materiali della strage, mentre nulla si è mai saputo su chi abbia premuto il pulsante.

C'è poi un altro elemento sul quale è puntata l'attenzione degli inquirenti, e riguarda la presenza definita "anomala" di un agente di polizia in via d'Amelio subito dopo l'esplosione.

Il quale, per chiarire meglio la ricostruzione dei fatti, non è la stessa persona indagata per false dichiarazioni al magistrato inerenti la valigetta che doveva contenere anche l'agenda rossa mai ritrovata: questi infatti è un ufficiale dei carabinieri, mentre la procura di Caltanissetta si riferisce a un poliziotto (comunque già identificato dai magistrati), che prima della strage era in servizio a Palermo, e che in seguito venne trasferito a Firenze dopo che i colleghi avevano scoperto da un suo coinvolgimento in intercettazioni su un traffico di droga. Anch'egli, quel giorno, si trovava in via D'Amelio.

Abbiamo raggiunto telefonicamente il presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione, per chiedergli un breve commento sugli ulteriori sviluppi del caso Borsellino e sul lavoro che sta portando avanti.

Presidente, cosa ne pensa di questi elementi resi noti dalla Procura di Caltanissetta?
Lo giudico un fatto certamente positivo. Perché ogni elemento, sia investigativo sia giudiziario, che provi ad allargare lo spettro delle verità sulla stagione stragista '92-'93 è un fatto positivo. Nelle dinamiche  della strage in via D'Amelio sono confluiti più fattori e più entità, e la procura di Caltanissetta sta lavorando molto bene, anche in memoria di Gabriele Chelazzi, mi permetto di aggiungere.

Cosa le fa pensare una riapertura così clamorosa del caso Borsellino?
Per prima cosa che non bisogna fermarsi alla dimensione militare di Cosa nostra, e di continuare invece ad acquisire elementi investigativi che ci dicano di più su tante zone d'ombra. Un discorso, questo, che vale per tutte le stragi italiane.

Come si sta muovendo la Commissione da lei presieduta in questo senso?
Parlando dell'attività più recente, abbiamo condotto proprio in questi giorni un'inchiesta, a Palermo e Catania, che evidenzia il rischio di una nuova guerra di mafia, soprattutto dopo l'omicidio di Nicolò Ingarao del mese scorso.

Può spiegare meglio?
Dico che nel riassetto del dopo-Provenzano, ci sono movimenti che è meglio tenere il più possibile sotto la lente di ingrandimento. E insisto nel dire che tutte le ipotesi sono possibili, compresa quella di un evento violento di natura simbolica, come accade in tutte le fasi di transizione di Cosa nostra. Non dobbiamo sottovalutare l'espansione di un boss quale è Salvatore Lo Piccolo, e non dobbiamo dimenticare che altri boss stanno per uscire dal carcere per "fine pena". In questo senso, l'omicidio Ingarao è un omicidio importante, di un capo mandamento.

Quindi?
Quindi si può ipotizzare che non è stato accettato l'assestamento del potere mafioso verso Lo Piccolo. Un segnale, questo, che arriva anche dalla "Cosa nostra" americana.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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