Palestina conquistata e governata da Hamas, quali conseguenze si potrebbero avere?

Dopo la sanguinosa battaglia che ha consegnato la Striscia di Gaza nelle mani di Hamas, a Gaza City regna una calma irreale

Dopo la sanguinosa battaglia che ha consegnato la Striscia di Gazanelle mani di Hamas, a Gaza City regna una calma irreale. La bandieraverde del movimento integralista palestinese sventola su tutti gliedifici più importanti della città e la quiete è interrotta solo daalcuni episodi di violenza residuale. Tra questi, il saccheggio dellavilla del defunto leader di Fatah, Yasser Arafat, e di Mohammed Dahlan,il suo braccio destro nella Striscia di Gaza. Di Dahlan in particolare,il nemico numero uno delle forze di Hamas a Gaza, non si sono saputepiù notizie per alcuni giorni: qualcuno affermava si trovasse giàall'estero per alcune cure, ed invece è notizia fresca che pare sitrovi tra i circa 500 combattenti di Fatah che sono scappati dallaStriscia di Gaza, per rifugiarsi a Ramallah, ovvero nel cuore di quellaCisgiordania ancora nelle mani dell'Autorità Nazionale Palestinese. Ilpresidente Abu Mazen ha ricevuto il sostegno pressoché unanime dellacomunità internazionale ed ha ricambiato respingendo qualsiasi offertadi dialogo da parte di Hamas, che, dopo la conquista di Gaza, hadichiarato la sua disponibilità a voler trovare una soluzione pacificaalla crisi. Anzi, in Cisgiordania Hamas è stata dichiarataorganizzazione illegale ed Abu Mazen ha provveduto a sciogliere ilgoverno di unità nazionale, presieduto dall'esponente di Hamas, IsmaelHaniyeh, per nominare come nuovo primo ministro, l'ex ministro delleFinanze Salam Fayyad, personalità molto stimata in Occidente.

Nei circoli della diplomazia internazionale si fa stradal'ipotesi di levare l'embargo nei confronti della Cisgiordania, comeulteriore segnale di supporto nei confronti di Abu Mazen nella sualotta contro Hamas. Si tratterebbe senza dubbio di un segnale moltoimportante che, tra le altre cose, potrebbe servire per alleviare,almeno in parte, la sofferenza del popolo palestinese. Sta di fatto,comunque, che al momento non si intravede alcuna soluzione in vista senon il mantenimento almeno per un po’ dello status quo attuale, ovverola divisione de facto del territorio dell'ex ANP tra la zona sottocontrollo di Fatah (Cisgiordania) e quella sotto controllo di Hamas(Gaza).

Stando a quel che affermano fonti militari israeliane, da parte delleforze armate dello Stato di Israele non vi sarebbe per ora alcun pianodi ulteriore intervento militare a Gaza, cosa che è stata anche negatain maniera abbastanza chiara da parte di Meir Sheetrit, ministro pergli Alloggi e le Costruzioni dello stato ebraico. "Non c’è alcunaintenzione di rientrare in quella palude, Gaza, in questa situazione",queste le sue parole.

Alle Nazioni Unite si mormora della possibilità dell'invio di una forzamultinazionale di pace nella Striscia di Gaza, ma nessuno sembraparticolarmente convinto dell'opportunità di tale scelta. "E' un'ideache dobbiamo esplorare ma bisogna studiare più in dettaglio quali sonoi Paesi interessati", ha affermato il segretario generale delle NazioniUnite, Ban Ki Moon, mentre il ministro degli esteri russo, Lavrov, haaffermato che la Russia è favorevole a tale decisione solo se verràpresa con l'accordo di tutte le parti in causa.

Hamas, dal canto suo, ha invece fatto conoscere la sua contrarietà atale ipotesi ed ha affermato anzi che qualsiasi forza multinazionalesarà considerata come una forza occupante a tutti gli effetti. Inoltreper diversi Paesi, che sono già impegnati militarmente in Iraq edAfghanistan, risulterebbe alquanto difficile inviare truppe in una zonacosì calda come la Striscia di Gaza, senza rischiare che esse venganosottoposte ad un vero e proprio tiro al bersaglio da parte deiguerriglieri palestinesi. Il risultato è quindi che, almeno per ora, ditale proposta non si farà nulla. Il tutto in attesa di vedere qualepotrebbe essere la reazione israeliana ad un eventuale attaccomissilistico proveniente dal territorio della Striscia di Gaza, cosaconsiderata, purtroppo, molto probabile da tutti gli analisti.


La crisi in atto è comunque il risultato di molti anni di politichedisastrose, sia dal da parte israeliana che da parte palestinese. E'cosa ormai abbastanza nota che Israele abbia finanziato, o quantomenoaiutato indirettamente, Hamas fino dall'inizio degli anni Novanta, infunzione anti Fatah ed anti Arafat. Cosa confermata nel dicembre 2001dall'ex ambasciatore americano in Israele, Daniel Kurtzer, durante unseminario sulla religione e la politica che si è tenutosi aGerusalemme, sponsorizzato dall'organizzazione anglo americana a favoredella pace, Oz V'Shalom-Netivot Shalom.Anche fonti israeliane hanno più volte ammesso la responsabilità diIsraele nella crescita del movimento islamico Hamas, non ultimo nelcaso della liberazione dello sceicco Yassin nel 1996, durante ilgoverno Netanyahu, che ha contribuito non poco al definitivoconsolidamento e poi all'affermazione di Hamas nella Striscia di Gaza.

Nel corso degli anni, dall'accordo di Oslo del 1993 (mai riconosciutovalido da Hamas) ad oggi, la destra israeliana e il movimentointegralista palestinese hanno infatti sempre giocato "di sponda", conl'obiettivo comune di far saltare i negoziati di pace, tra attacchikamikaze da parte palestinese e relative repressioni violente da parteisraeliana nei Territori Occupati. Quando poi, dopo il fallimento deinegoziati di Camp David, i negoziati di pace si sono arenatidefinitivamente e Sharon è potuto salire al governo, a seguito dellafamigerata "camminata sulla Spianata delle Moschee" che ha dato inizioalla seconda intifada ed alla fine del governo di Arafat, Hamas haavuto l’occasione che attendeva da tempo per dimostrare che avevaragione a dubitare degli accordi di Oslo, ed iniziare così la sua piùforte e insistente campagna di reclutamento da quando era nata.

Mentre Israele giustificava il suo intervento militare contro ilgoverno di Arafat con la necessità di far salire al potere una nuovadirigenza palestinese più malleabile e propensa alla pace, a 4 anni didistanza dall'inizio della seconda intifada, nei territoridell'Autorità Nazionale Palestinese distrutti dai bombardamentiisraeliani e senza la presenza di un vero governo, visto che YasserArafat era tenuto de factoprigioniero nella sua sede di Ramallah circondata dagli israeliani, sisono tenute le elezioni municipali, che hanno visto l'ascesa di Hamasanche come movimento politico, in particolare nel territorio dellaStriscia di Gaza.

L'anno successivo, dopo la morte di Arafat e l'ascesa al potere delmeno carismatico Abu Mazen, alle elezioni politiche Hamas ha ottenutola maggioranza dei voti popolari ed ha quindi avuto la possibilità digovernare il Paese con la nomina a primo ministro di Ismael Haniyeh, illeader politico di Hamas. La reazione della comunità internazionale edi Israele a questa vittoria democratica di Hamas alle elezioni, èstata pesantissima: embargo totale nei confronti dei territoripalestinesi - già in preda ad una crisi economica pesantissima - eripetute dichiarazioni di rifiuto al dialogo con Hamas per la ripresadel processo di pace.

Il resto è storia dei giorni nostri. Con il passare del tempo tra Hamase Fatah la situazione è divenuta sempre più delicata e da questo sonoderivati i primi scontri settari tra le due fazioni in Cisgiordania enella Striscia di Gaza. Dopo diversi tentativi, infruttuosi, diraggiungere un accordo di coalizione tra Hamas e Fatah per un governodi unità nazionale che permettesse, quantomeno, l’allentamentodell’embargo internazionale e dopo le minacce del presidente Abu Mazendi sciogliere il governo di Hamas, nel febbraio di quest’anno, allaMecca, si era finalmente trovato un accordo tra le due fazionipalestinesi. Questo prevedeva, tra le altre cose, il rispetto di Hamasdegli accordi finora raggiunti con lo Stato di Israele, compresodunque, anche se non esplicitamente affermato, l'accordo di Oslo del1993.

Inoltre, era stata delegata l'OLP, organizzazione nella quale Fatah èin maggioranza, come unico rappresentante del popolo palestinese pereventuali negoziati di pace con Israele. Ma questo non era bastato perabbassare la tensione: Israele ha continuato a rifiutare qualsiasitrattativa con il nuovo governo a meno che non avesse rispettatoesplicitamente le condizioni poste dal Quartetto (Stati Uniti, Onu,Russia, Ue) che prevedevano il riconoscimento di Israele e la rinunciaalla violenza come forma di lotta.

Nulla di questo è avvenuto ed anzi in breve tempo sono ripresi, inmaniera sempre più violenti, gli scontri tra Hamas e Fatah. La tensioneè aumentata fino a raggiungere l'apice con il vero e proprio colpo diStato dell'altro giorno con la conquista militare di Gaza da parte diHamas e il susseguente scioglimento del governo di unità nazionale daparte di Abu Mazen, che però ora controlla solo la Cisgiordania. Moltiosservatori, sia all'interno che all'esterno di Israele, consideranociò che è avvenuto in questi ultimi giorni, come la controprova che nonesista nessuno tra i leader palestinesi, con cui si possa realmenteintavolare una trattativa di pace.

Il tutto mentre anche Israele vive una delle sue peggiori crisipolitiche con il movimento Kadima del premier Olmert, al minimo storicodi popolarità dopo la sconfitta in Libano e con la prospettiva,suggerita dai sondaggi di opinione, che il prossimo premier possatornare ad essere quel Benjamin Netanyahu, esponente dell'ala piùintransigente del Likud e della destra israeliana contraria agliaccordi con i palestinesi.

Ciononostante, la storia avrebbe dovuto già insegnare che ogniqualvolta Israele ha rifiutato di sedersi al tavolo delle trattative,Hamas ha aumentato sempre di più il proprio potere nella società e nelgoverno palestinese. Per cui è vitale ora che la comunitàinternazionale faccia sentire ancora di più ora il proprio peso perottenere, quantomeno, la ripresa dei negoziati di pace, se nonl’ottenimento di un accordo di pace vero e proprio. Sarebbe il migliormodo per dimostrare l'appoggio internazionale nei confronti delpresidente Abu Mazen ed allo stesso tempo sarebbe forse l'unicapossibilità per Olmert di presentarsi alle prossime elezioni evitandouna sconfitta che tutti prevedono bruciante e allo stesso tempodisastrosa per le speranze future di un qualsiasi accordo di pace.Purtroppo però la ragione non sempre ha successo in politica.

La storia recente delle tantissime, troppe occasioni perdute, anche insituazioni molto più promettenti di quella attuale, lascia ben pocomargine di ottimismo. Sempre che non sia già troppo tardi ormai perevitare altri, ulteriori, massacri di gente innocente in quella terra,il Medio Oriente, che da cinquanta anni a questa parte non pareconoscere altro che sangue. Quasi sempre, in maggioranza innocente.








di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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