La Russia cambia ufficialmente bandiera: ritorna quello dello zar bianca-rosso-blu con l'aquila

La Russia cambia bandiera. E’ una decisione ufficiale e la vecchia insegna nazionale – rosso sangue e falcemartello in oro, che era restata privilegio dell’Armata – entra nelle vetrine dei musei come una reliquia

La Russia cambia bandiera. E’ una decisione ufficiale e la vecchiainsegna nazionale – rosso sangue e falcemartello in oro, che erarestata privilegio dell’Armata – entra nelle vetrine dei musei come unareliquia. Lo ha deciso (con un diktat che farà discutere) il capo delCremlino Putin il quale, con le sue continue giravolte, cerca diaccontentare i nazionalisti, i monarchici e tutti i revisionisti cheabitano in Russia. Bandiera rossa, quindi, addio. La storia ricorderàche nel 1848 era stata innalzata dal popolo di Parigi sulle barricate eche poi, nel 1871, i comunardi l’avevano elevata a simbolo nazionaledella rivoluzione. Nell’Unione Sovietica era arrivata nel 1917divenendo bandiera nazionale, pansovietica. Aveva accompagnato isoldati dell’Urss sino a Berlino. Aveva ornato la capsula spaziale diGagarin ed era stata sempre alla testa delle parate civili e militarisulla piazza Rossa. Ed ora punto e fine. Lo annuncia a tutta pagina(anche con una certa ironia) il quotidiano moscovita Izvestija che così titola: “La bandiera zarista al posto di quella sovietica”.

Ma la battaglia per eliminare il simbolo “rosso” era cominciatagià da tempo. Sin dal 2005 monarchici e nazionalisti (che stannoprendendo sempre più piede nella Russia di Putin) puntavano aripristinare i vecchi simboli prerivoluzionari. Tutto questo ha poiportato un gruppo di senatori e di deputati a far approvare alla Dumadi Stato (il Parlamento della Russia) un disegno di legge relativoall'eliminazione dei due principali simboli dell'epoca sovietica, lafalce ed il martello e la "Bandiera della Vittoria" (quella issata daisergenti dell'Armata Rossa Kantaria ed Egorov il 30 aprile del 1945 sulReichstag di Berlino in segno di vittoria dell'Unione Sovietica sullaGermania al termine della Seconda guerra mondiale). Alle manovreparlamentari erano seguiti momenti di stallo e di ripensamento. Inparticolare si giunse ad un vero compromesso. La “Bandiera dellaVittoria” – si disse - resterà sempre valida e sarà tirata fuori deimusei solo in occasione di cerimonie solenni di carattere militare,quali ad esempio la deposizione della tradizionale corona d'allorosulla tomba del Milite ignoto o la parata militare del 9 maggio. Per ilresto varrà la bandiera attuale della Russia: quella bianca-rosso-blucon l'aquila a due teste dei Romanov che sarà anche cucita sulle divisedei militari.

Sempre sul fronte della guerra alla storia si registrano movimentianche in Ungheria. Qui alcuni deputati del partito conservatore diopposizione (Fidesz) e democristiani sono riusciti ad eliminare ilmonumento ai soldati sovietici caduti in Ungheria nel 1945. Tuttoavviene mentre è stata profanata la tomba di Janos Kadar nel cimiteroKerepesi di Budapest. Per trent'anni Kadar aveva guidato l'Ungheriadopo la repressione del 1956 dando al Paese un clima di democrazia e dirinnovato orgoglio.
Revisionismo galoppante anche in Lettonia. Qui è cancellata la festadella Vittoria riportata dall’Armata Rossa sul nazismo. Il governo diRiga ritiene, infatti, che non si trattò di una “vittoria” ma di una“occupazione”. Quindi, nessuna festa o celebrazione.

Attacchi all’epoca “sovietica” anche in Polonia. Qui i monumenti aLenin, a Marx e tutte le statue che caratterizzarono il periodo delrealismo socialista sono in stato di abbandono nel parco del palazzoRadziwill, a Kozluwka, oltre Lublino. Bronzi di Stalin, o quelli diDzierzynski e di Koniew, sono andati distrutti. Il piccolo museo Lenin,a Varsavia, è chiuso dal 1991. Emblemi con soli nascenti, stelle,falci, martelli, manifesti di propaganda e orgogliosi operai incalcestruzzo, giacciono sepolti in fabbriche e miniere dismesse dellaSlesia. E’ in atto, praticamente, una morbosa inquisizioneanticomunista ed antirussa. E così da Tallin a Varsavia, da Budapest aKiev e a Tbilisi, è guerra di statue e di simboli. E questo avvienementre i dirigenti polacchi - i due Kaczynski – svendono la sovranitànazionale e offrono a Bush una base anti-missile per il loro scudospaziale.

Resta, comunque, ancora qualcosa di sovietico a Varsavia: è ilmonumento all’Armata rossa in piazza Wilenski, nel quartiere Praga el’ossario sovietico di Ochota, nel parco Pola-Mokotowski. Qui ci sono iresti di 21.468 soldati dell’Urss. “Caduti – come è scritto in unalapide - per liberare la Polonia dall´occupazione tedesca negli anni1944 e 1945”. Ma qualcuno, con la vernice nera, ha aggiunto: “Fagianiimpallinati”. E ancora, nel mirino del revisionismo polacco attuale cisono Stephan Okrzeya, rivoluzionario del 1905, Ludwik Warynski,fondatore del Partito proletario nel 1880, Karol Swierczewski, generaledella Seconda armata polacca nella guerra di Spagna e WladislawBroniewski, poeta rivoluzionario che celebrò Stalin prima di finire inun gulag. La macchina messa in moto dai due Kaczynski sta stritolando,a poco a poco, la storia polacca. Si strappano le pagine della storia.


Ma è anche vero che da Mosca Putin non sta dando – come invece dovrebbe– il buon esempio. Perché anche i russi – quelli che ricordano laRivoluzione e quei veterani della guerra - si trovano a fare i conticon la “gallina zarista” che impazza ovunque: nelle bandiere, nellemedaglie, nei simboli del potere. Si cancellano a poco a poco gliuomini della Rivoluzione d’Ottobre. Gli scrittori del periodo sovieticonon trovano posto negli scaffali delle librerie. Nei testi scolasticisi cancellano i loro nomi. E’ un ritorno al periodo post-rivoluzionarioquando si eliminava tutto quello che c’era stato prima? Del resto ancheBreznev, una volta al potere, cancellò Krusciov. Allora si saltaronomolti anni e dai libri scomparve il nome dell’uomo che aveva dato vitaal XX Congresso del Pcus. Ora quelle opere – con quei pesanti buchineri – sono il simbolo di un’epoca. In attesa che anche Putin venga ungiorno cancellato, se non dimenticato.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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