Alitalia: esce la cordata di Mediobanca e lo scontro è sempre più politico

Alitalia accenna qualche timido recupero oggi: il titolo incassa lo 0,2% dopo le estese perdite dei giorni scorsi che hanno visto il titolo precipitare in area 0,82 euro per azione

Alitalia accenna qualche timido recupero oggi: il titolo incassa lo 0,2% dopo le estese perdite dei giorni scorsi che hanno visto il titolo precipitare in area 0,82 euro per azione. A portare le vendite soprattuttol’uscita dalla gara del concorrente Tpg-Matlin Paterson-Mediobanca che non ha neanche avuto accesso a tutti i file della compagnia e ha comunicato al mercato prima che al Tesoro la sua intenzione di dare forfait. Difficile interpretare questa mossa, stabilire se gli impegni sul fronte Iberia, il bilancio disastroso del 2006 ole richieste di salvaguardia dell’identità nazionale della compagnia siano state il fattore preponderante. Forse ha ragione il presidente Berardino Libonati che ha minimizzato la rinuncia del Texas pacific group con un certo candore: “tanto alla fine ne rimarrà soltanto uno”.

Nel frattempo la politica continua a dividersi sulla vicenda con accuse che rimbalzano di porta in porta di colonna in colonna da un giornale all’altro. Tommaso Padoa Schioppa, ministro dell’Economia e quindi venditore ufficiale del pacchetto Alitalia, ha annunciato di volersi liberare di tutte le quote in proprio possesso. Il risultato è stato quello di destare le ire di buona parte del Governo e della maggioranza che lo sostiene: Franco Giordano, segretario del Partito di rifondazione comunista, ha minacciato la crisi di Governo in caso di uscita del Tesoro da Alitalia e di quotazione di Fincantieri.

In bilico rimane il futuro di migliaia di lavoratori che per ora incrociano le braccia chiedendo il rispetto del loro contratto e un Governo di centrosinistra che non può essere sordo a simili proteste.

Il risultato è un cul de sac, un vicolo cieco dal quale traspare solo un certo nervosismo. Perché a tutti appare chiaro che a Roma non sanno bene cosa fare. Alessandro Bianchi, ministro dei Trasporti, ha alleggerito la linea dicendo che la decisione del Tesoro di uscire completamente “potrebbe essere rivista”. Questo segnala la profondità delle divisioni sulla faccenda, ma lascia anche sul tappeto l’idea sempre più chiara che alla fine si tratterà di una privatizzazione un po’ monca. Anche perché in realtà i due concorrenti rimasti in gara non hanno le forze finanziarie per comprare Alitalia e si appoggiano a due banche, Unicredit e Capitalia, in via di fusione.

Insomma sembra quasi un inciucio, il Tesoro sembra preso fra due fuochi e l’attesa del bilancio 2006 è stata troppo lunga e deludente anche se la svalutazione della flotta è stato in parte un segnale di trasparenza. Nel frattempo forse sarebbe meglio adottare una linea governativa unica perché nelle gare è giusto che le regole siano chiare e l’arbitro silenzioso. Oltetutto il mercato è già stato abbastanza turbato e il rischio del fallimento della compagnia è ancora all’orizzonte, anzi con l’ultimo bilancio si è ulteriormente avvicinato. Lo Stato non potrà più finanziare Alitalia, anche perché già l’ultima volta l’Ue lo ha bacchettato (fra l’altro i risultati non si sono visti un granché).


Sulle motivazioni che hanno spinto la cordata di Tpg intanto resta il mistero e l’impressione che molti ne hanno tratto è che pressioni sindacali e richieste del Governo troppo vincolanti abbiano spaventato l’unico vero offerente con le spalle larghe. Solo un’ipotesi, che i concorrenti rinuncino durante una gara succede e anche spesso sul mercato. Il quotidiano Finanza & Mercati di oggi scommette addirittura su un inciucio fra Prodi e Putin che coinvolgerebbe non solo Airflot, ma anche le trattative fra Finmeccanica e Sukhoi. Verrebbe da dire dietrologia, ma con le pressioni politche su questa vicenda è un commento da dubitarne.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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