Democratici rischiano di dover far continuare la guerra in Ira a Bush con un cospicuo finanziamento

I democratici che hanno conquistato la maggioranza al Congresso grazie ai voti di chi era contrario alla guerra in Iraq, ora sono sul punto di dover concedere a Bush un nuovo 'assegno in bianco', dal valore di 120 miliardi di dollari, per que

I democratici che hanno conquistato la maggioranza al Congresso grazie ai voti di chi era contrario alla guerra in Iraq, ora sono sul punto di dover concedere a George Bush un nuovo "assegno in bianco", dal valore di 120 miliardi di dollari, per questa guerra. E' questo il dilemma che si troveranno ad affrontare questa settimana i deputati ed i senatori democratici che dovranno votare la nuova legge per i fondi supplementari per la guerra, dopo che hanno dovuto rinunciare, dietro la minaccia di un nuovo veto presidenziale che non hanno i numeri in aula per annullare, ad inserire nel testo ogni riferimento ad un calendario per il ritiro.

La sconfitta nel braccio di ferro durato mesi con la Casa Bianca - e che ha visto la vittoria intermedia dei democratici che erano riusciti a far approvare la legge che condizionava ai fondi l'avvio del ritiro entro marzo bloccata dal veto di Bush - brucia all'ala più liberal del partito. E soprattutto al movimento pacifista che accusa i democratici di aver tradito il mandato elettorale che gli era stato dato con la vittoria di novembre. "I democratici devono votare no": è questo l'appello on line del sito Moveon.org - diventato un punto di riferimento del movimento anti-guerra statunitense - che invita la base a scrivere ai propri rappresentanti chiedendo loro di "votare contro una legge che ci indebolisce".

"I leader democratici hanno accettato il compromesso con Bush ed hanno rinunciato ad ogni reale calendario per il ritiro", accusa il sito pacifista che comunque ricorda ai democratici, e soprattutto ai candidati alla nomination, come la questione del ritiro sia "cruciale per ottenere il sostegno dei progressisti".
Non è un caso che sia Hillary Clinton che Barack Obama, i principali candidati alla nomination, non abbiano ancora dichiarato cosa voteranno quando saranno chiamati - entro la fine di questa settimana al Senato, mentre un voto alla Camera è previsto già per oggi (nella notte ora italiana) - a pronunciarsi sul testo di compromesso. "Quando avrò qualcosa in proposito da dirvi che lo comunicherò" è stata la brusca risposta della senatrice di New York, ed anche il senatore dell'Illinois ha glissato imbarazzato la domanda.

Il rischio è di essere superati a sinistra dai candidati minori - il senatore del Connecticut Christopher Dodd ed il depitato dell'Ohio, Dennis Kucinch, hanno già annunciato che voteranno contro una legge che è un "assegno in bianco" per Bush - e soprattutto dal terzo in lizza, John Edwards. L'ex vice di John Kerry nel 2004, forte del fatto di non avere più la responsabilità di un seggio senatoriale, infatti ha già sparato a zero contro Hillary ed Obama accusandoli di aver "capitolato" a Bush rinunciando all'idea del ritiro dall'Iraq.

I due senatori devono fare i conti, d'altra parte, anche con la linea di responsabilità scelta dalla leadership del partito, cioè di cedere per non cadere nella trappola di essere additati dalla Casa Bianca come la forza politica che vuole lasciare senza fondi e quindi senza protezione le truppe. "Credo che fino a quando avremo le truppe al fronte, dobbiamo proteggerle - ha detto il senatore Jospeh Biden - dobbiamo dare loro i fondi necessari". L'unico piccolo risultato che i democratici portano a casa è che la legge, pur non prevedendo alcun calendario per il ritiro, minaccia di congelare gli aiuti per Baghdad nel caso che il governo iracheno non faccia progressi politici e nella sicurezza. Ma, allo stesso tempo, concede al presidente il potere di annullare questa misura.


Da settimane la Clinton ed Obama sono impegnati a corteggiare il voto anti-guerra, e la scorsa settimana entrambi hanno dato il loro voto alla proposta del liberal Russel Feingold di discutere una mozione per l'interruzione di fondi per le operazioni militari entro la fine di marzo 2008. Una posizione assolutamente simbolica, dal momento che era scontato che la mozione non avrebbe neanche raggiunto i voti necessari ad essere discussa in aula, ma che ha segnato la prima loro presa di posizione ufficiale in favore del ritiro. Ma ora un loro "no" ai nuovi fondi li esporrebbe a facili attacchi da parte dei repubblicani, pronti ad accusarli di aver voltato le spalle ai "nostri ragazzi in Iraq".








di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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