Situazione politica-sociale in Turchia: non è possibile semplificare laici buoni e religiosi cattivi

Manifestanti ed esercito a difesa della laicità in Turchia: reazione democratica o colpo di stato? Le chiavi di lettura offerte fino ad oggi sembrano avallare una semplicistica distinzione tra 'buoni e cattivi', che non rende giustizia alla c

Vista dalla Germania, con i suoi 1,76 milioni di cittadini turchi, l'attualità politica turca diventa quasi una faccenda di politica interna. Le proteste dei manifestanti curdi, che alcuni anni fa bloccarono le autostrade tedesche in segno di protesta contro le repressioni delle autorità di Ankara, e le recenti minacce subite da Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura, da fondamentalisti islamici di cittadinanza turca residenti in Germania, sono forse state la dimostrazione più lampante di questa verità. Tuttavia, al di là di queste vicende più estreme, si può senza dubbio constatare che l'opinione pubblica tedesca guarda sempre con particolare attenzione a ciò che avviene in Turchia.

Ovviamente è stato così anche per le ultime vicende, che per un attimo hanno fatto temere che la storia della democrazia turca degli anni ‘70 e ‘80 - caratterizzata da numerosi colpi di stato ad opera dei militari - potesse ripetersi: il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, dopo aver accarezzato l'idea di autocandidarsi per la massima carica dello Stato, aveva lanciato la candidatura del suo collega di partito e ministro degli esteri Abdullah Gül, suscitando le proteste e le ira di milioni di cittadini turchi che temevano una "islamizzazione" della società e dello Stato turco. Erdogan e Gül sono infatti esponenti del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkinma Partisi, o AKP), un partito islamico-conservatore che dal 2005 detiene la maggioranza assoluta nel Parlamento turco. L'eventuale elezione di un Presidente della Repubblica proveniente dallo stesso partito avrebbe - secondo i manifestanti - potuto portare ad una pericolosa concentrazione di potere nelle mani dei dirigenti dell'AKP e sostanziarsi quindi in un grave pericolo per la laicità dello stato turco.

Milioni di cittadini si sono quindi riversati nelle piazze delle principali città della Turchia (impressionanti le immagini provenienti dalla piazza di Taksim, centro della Istanbul occidentale) e il potente esercito turco, che si considera il garante dell'eredità politica e morale di Mustafa Kemal Atatürk e quindi della laicità della Turchia, ha ripreso con la sua attività di "moral suasion" (per usare un termine diplomatico) al fine di convincere l'AKP a ritirare la candidatura di Gül.

In un primo momento il primo ministro Erdogan ed il candidato Gül hanno tentato di resistere alle pressioni provenienti dalla piazza e dai militari, ma si sono poi dovuti piegare ad una pronuncia della corte costituzionale turca, che, su istanza del Partito del Popolo Repubblicano (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP) fondato da Atatürk, ha statuito che per l'elezione del presidente della repubblica fosse necessaria la presenza di almeno 2/3 dei membri del parlamento, dando quindi la possibilità ai partiti dell'opposizione di impedire l'elezione di Gül.

Erdogan ha criticato in modo aspro la sentenza ed i giudici costituzionali, rei di aver "sparato una pallottola contro la democrazia". Per uscire fuori dalla pericolosa situazione di stallo Erdogan ha quindi deciso di anticipare a giugno le elezioni per il rinnovo del Parlamento e varato una proposta di legge per l'elezione diretta del Presidente della Repubblica.


Anche in Italia le vicende turche sono state seguite con attenzione. Per il ministro degli esteri Massimo D'Alema, le proteste di piazza contro il rischio di islamizzazione sono "un segnale interessante di reazione laica. I cortei di Istanbul, ha sottolineato D'Alema, sono "una reazione della società civile che vuole difendere quel patrimonio di laicità che è importante nella storia della Turchia che non vuole soccombere all'islamismo".

Questa chiave di lettura non deve tuttavia portare ad avallare una semplicistica distinzione tra cattivi e buoni, identificando Erdogan, Gül e l'AKP tra i primi e i manifestanti - e forse anche l'esercito - tra i secondi, in quanto non renderebbe giustizia alla complessità degli equilibri politici turchi e degli interessi in gioco. Come sottolineato in una interessante intervista a Murat Belge, importante intellettuale della sinistra turca, pubblicata sul settimanale Jungle World, la verità è - come spesso accade - più complicata di come viene descritta.

Alla domanda "Che succede in Turchia? Si è trattato di un colpo di stato oppure di una protesta democratica appoggiata dall'esercito?" Belge risponde senza mezzi termini "La verità sta a metà. Tuttavia, se dovessi decidere, direi che si è trattato di un colpo di stato."
Per quanto riguarda invece il pericolo di islamizzazione della società turca ad opera dell'AKP, Belge osserva che è sì vero che vi sono forze all'interno del partito che desiderano l'introduzione della sharia, ma che durante i suoi ultimi cinque anni di governo l'AKP non ha mai intrapreso dei tentativi seri in questo senso. "L'introduzione della legge islamica, aggiunge Belge, è ormai un'impresa impossibile in Turchia, in quanto il paese ha sviluppato degli stili di vita totalmente incompatibili con quel sistema di norme e regole." Secondo l'intellettuale progressista il partito di Erdogan avrebbe inoltre fatto degli importanti passi in avanti nel suo tentativo di rendere compatibili l'Islam e la democrazia, rappresentando in questo modo anche un modello per altri paesi a maggioranza islamica. "In una situazione del genere, osserva l'intellettuale, non ha molto senso urlare contro la minaccia della sharia - a meno che questo non venga fatto per calcolo politico e di potere."

"Il paradosso della società turca, conclude Belge, è che da una parte abbiamo un partito, che ha instradato enormi - quasi rivoluzionari - cambiamenti, mentre dall'altro lato abbiamo delle persone che si autodefiniscono "di sinistra" e "progressiste", ma che si oppongono a questo processo coalizzandosi anche con i fascisti. L'AKP si è fatto carico dei compiti che teoricamente erano di competenza della sinistra - se mai dovesse esistere in Turchia una sinistra che meriti questo nome."


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di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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