Guarire con le cellule staminali: un falso business che si sviluppa in molte nazioni

Da diversi anni a questa parte, la principale speranza di milioni di pazienti ha un solo nome: staminali

Da diversi anni a questa parte, la principale speranza di milioni di pazienti ha un solo nome: staminali. Su queste cellule “primitive”, sulla loro potenzialità di generare qualsiasi tipo di tessuto – ossa, muscoli, nervi – si concentrano le attese di quei malati che oggi la medicina condanna a una lenta e inarrestabile degenerazione. Distrofia muscolare, leucemia, morbo di Parkinson, sclerosi multipla, Alzheimer. Proprio su queste tante promesse e speranze è nato un mercato di millantatori, stregoni in camice bianco che estorcono denaro a chi non ha più nulla da perdere, a chi è disposto ad aggrapparsi a tutto pur di continuare a sperare. Su quest’universo di profittatori, Andrea Nicastro, giornalista del Corriere della Sera, ha deciso di concentrarsi, dando vita a un’inchiesta giunta domenica scorsa alla sua terza puntata.
 
 Il mercato delle staminali descritto da Nicastro è una rete che tocca Ucraina, Thailandia, Turchia, Messico, Brasile, Emirati Arabi e, più in generale, tutti quei Paesi che possono vantare leggi “elastiche”. Qui è facile per disinvolti uomini d’affari fare applicazioni di staminali senza dover rendere conto né della provenienza del materiale organico né della validità scientifica delle terapie che usano nelle proprie cliniche di lusso. A Kharkov, in Ucraina, si trova la sede di uno dei principali esportatori di cellule, tessuti fetali ed embrionali, fonte pregiata di staminali. E proprio Kharkov è il punto d’inizio di un’inchiesta sulla scomparsa di almeno duecento neonati ucraini. La paura è che le loro vite siano state sacrificate per garantire una finta speranza a pazienti americani ed europei.
 
 L’Ucraina può vantarsi di essere tra le nazioni più all’avanguardia in questo commercio. Furono infatti le vittime di Chernobyl a sperimentare tra i primi gli effetti delle staminali sui propri corpi distrutti dalle radiazioni nucleari. Ed è a una clinica di Kiev che si è rivolta Carmela Di Biase, una donna di Bonefro (provincia di Campobasso) che ha sentito diagnosticare al figlio Gabriele la distrofia muscolare di Duchenne. I medici di Napoli non le hanno dato speranze: contro una malattia degenerativa così grave c’è ben poco da fare, se non cercare di rallentarne il corso. In Ucraina, invece, le dicono che non è così, che non è vero che il figlio è condannato a morire prima dei trent’anni, che per continuare a sperare basta qualche semplice iniezione di cellule staminali.
 
 Niente d’invasivo o ipertecnologico, solo ago e siringa. In cliniche come quella di Kiev si promette di curare di tutto, la distrofia di Gabriele come l’impotenza, tutto con la stessa terapia. L’idea è che le staminali, una volta iniettare nel corpo, migrino autonomamente verso la zona malata, dando vita alle specifiche cellule di cui quella parte ha bisogno per guarire. Il meccanismo che permetterebbe un miracolo del genere non è dato saperlo. Ma per chi è costretto ad assistere impotente alla lenta morte di un proprio caro, la spiegazione razionale non è indispensabile. “Ci hanno spiegato che Gabriele potrebbe farcela, potrebbe rimettersi in piedi. Non è sicuro, ma almeno ci stanno provando”, ha detto Carmela Di Biase al giornalista del Corsera. Di sicuro c’è una cosa sola, il prezzo: 20mila euro ogni viaggio, ogni iniezione.
 
 Le prove scientifiche, quelle, invece, non esistono. La madre di Gabriele dice di aver notato dei miglioramenti: “Aveva dolori fortissimi alle articolazioni, tanto da non dormire. Dal primo trapianto di staminali non ne ha più”. La maggior parte delle testimonianze dei pazienti sono su questo tono, di miracoli non ne racconta nessuno. Dopo aver ricevuto la sua prima iniezione di staminali in una clinica di Toronto, Tom Hill, un americano malato di sclerosi laterale amiotrofica, ha dichiarato al Los Angeles Times di riuscire a chiudere le labbra più facilmente. Miglioramenti concreti nessuno, neanche dopo una seconda visita alla clinica canadese della Biomark International. Qualche mese dopo, il 23 marzo del 2004, il corpo di Tom Hill si arrende. Il 29 marzo del 2006 la Corte distrettuale di Atlanta condanna proprio la Biomark a chiudere la sua attività all’interno degli Usa, “per aver deliberatamente ingannato pazienti affetti da malattie incurabili […] allo stato della scienza […] e ottenuto denaro con affermazioni false e fraudolente […] sulle proprietà curative delle cellule staminali”.
 
 La posizione ufficiale della comunità scientifica è chiara nel ribadire l’assoluta incertezza sui benefici e i possibili rischi (su tutti la possibilità che queste cellule vaganti causino tumori). Per ora, una delle poche applicazioni provate è l’uso di staminali prelevate dal sangue del cordone ombelicale per curare le malattie del sangue. Per tutto il resto, la scienza chiede tempo. Partita per caso cinquant’anni fa dall’osservazione di un anomalo ammasso di cellule nello scroto di un topo da laboratorio, la ricerca ha avuto bisogno di decenni per riuscire a capire la natura e l’origine di queste cellule. Solo alla fine degli anni Novanta l’Università del Wisconsin è riuscita a isolarle da un embrione. E si è trattato solo del primo, seppure fondamentale, passo. Il tassello centrale, ossia il complesso sistema di segnali biochimici che influenzano lo sviluppo delle staminali, spingendole a dare vita a cellule cardiache piuttosto che ossee o neuronali, è ancora in gran parte oscuro. Se si considera il vento neoconservatore che spira da alcuni anni sugli Stati Uniti (tra i principali motori della ricerca) e non solo, è facile prevedere che il tempo necessario per arrivare a delle terapie collaudate non sarà poco.
 
 Nel frattempo, molto dovrebbe cambiare nell’atteggiamento di alcuni medici e governi. Ci sono medici che inviano pazienti in queste cliniche private, senza rendersi conto d’illuderli e d’incentivare il mercato illegale di cellule staminali prelevate da materiale fetale. Ma ci sono anche i medici che, di fronte ai tanti drammi cui si trovano di fronte ogni giorno, non riescono a offrire ai propri pazienti quel minimo di umanità, comprensione, chiarezza, che permetterebbe loro non solo di non sentirsi una pratica da sbrigare il prima possibile, ma anche di capire realmente la propria condizione.
 
 Da parte dei governi ci vorrebbe il coraggio di appoggiare con forza la ricerca, l’unica che può dare risposte sicure, se non adesso almeno per la generazione che verrà. Certo, quando si parla di embrioni, feti, cellule staminali, le invettive di preti, teocon o teodem che dir si voglia, sono tante, tantissime. Ma l’unico modo per avere risposte, e sconfiggere così chi specula sulla disperazione altrui, è lì: tra i camici bianchi dei centri di ricerca di tutto il mondo. Non certo nelle prediche di chi crede che un ovulo fecondato all’interno di una provetta sia una vita più degna di rispetto di quelle di tanti malati.








di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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