La politica fallimentare Usa è giunta al livello più basso. Ma non è solo colpa di Bush

A provocare l’incredibile isolamento del presidente americano non è solo l’incombente fine del suo mandato presidenziale, ma anche la sensazione ormai netta e diffusa che la politica statunitense perseguita nei gli ultimi due mandati sia molto più ch

A provocare l’incredibile isolamento del presidente americano non èsolo l’incombente fine del suo mandato presidenziale, ma anche lasensazione ormai netta e diffusa che la politica statunitenseperseguita nei gli ultimi due mandati sia molto più che fallimentare.Bush ha raggiunto la percentuale di gradimento più bassa mai registratada un presidente americano, incidentalmente da suo padre, e si trovacontro un 78% di americani che pensa che la politica della Casa Biancaabbia una direzione sbagliata. Secondo i critici più avvertiti ilproblema americano va ben oltre la figura di Bush e le malefatte delsuo governo, tanto che personaggi come Noam Chomsky o Chalmers Johnsonparlano della necessità per gli Stati Uniti di liberarsi dellasovrastruttura imperiale che ormai guida incontrastata la locomotivaamericana verso il disastro. Nonostante queste evidenti anomaliesistemiche, George W. Bush resta il principale responsabile, o almenoil più evidente agli occhi di tutti.

Fortunatamente il presidente degli Stati Uniti non può piùcontare sulla maggioranza parlamentare, conquistata dall’opposizione edè costretto sulla difensiva dal venire al pettine dei molti nodi con iquali ha tessuto la sua politica presidenziale. Braccati dallamagistratura contabile, messi in stato d’accusa per abusi d’ognigenere, indicati al mondo come amorali e bugiardi, i suoi collaboratoripiù stretti sono decisamente in rotta e sembrano incapaci di reazionidiverse dal continuare a ripetere storie già sentite che chiunqueconosce come false.

L’inizio della fine di Bush si può con certezza far risalire al momentodell’annuncio dell’invasione irachena. Uno spettacolo grottesco, con ilcapo dell’esercito più famoso del mondo che annunciava l’inizio di unapossibile terza guerra mondiale basandosi su una tesi copiata dainternet e su informazioni false costruite a tavolino da qualchecialtrone legato ai servizi segreti italiani. Quanti hanno parlato dicomplotto a proposito degli attentati alle due torri potevanorisparmiarsi la fatica semplicemente valutando la qualità dei “cattivi”bushisti; impossibile pensare che i deficienti che hanno dovutochiedere scusa ad uno studente britannico perché le “prove” per andarein guerra erano niente di più del plagio della sua tesi, potesseroessere in grado di realizzare quel disastro senza farsi scoprire.

Bush è circondato da gente sotto inchiesta: Wolfowitz è stato cacciatocon vergogna dalla Banca Mondiale, Bolton è stato sostituito all’Onu,Karl Rove è sotto inchiesta, il ministro della Giustizia Gonzalesveleggia verso le dimissioni per aver punito i giudici che indagavanosugli affari degli amici e il suo vice sié già dimesso; persino MelSembler, ex ambasciatore USA in Italia si è dovuto dimettere, eraaccusato di aver messo in piedi dei simil-lager nei quali, novelloMuccioli, curava a ceffoni e manette i figli tossici dell’eliteamericana.

Esaurito l’effetto keynesiano degli investimenti bellici, l’America diBush è tornata a frenare e comincia a guardarsi dentro. Quello chevedono gli americani non è uno spettacolo per stomaci deboli. Destinarequaranta cent ogni dollaro del bilancio alle esigenze militari nonlascia molto spazio per la cura dei cittadini. Quando poi i posti diresponsabilità nell’amministrazione vengono distribuiti per censo eamicalità, il risultato è il fallimento. Come un paese fallito gli USAsi trovano con un apparato produttivo ormai demolito, con il settoremanifatturiero che perde molti più posti di lavoro di quanti non neassicuri il complesso militar-industriale, finanziato con il più altolivello di spesa dalla seconda guerra mondiale. Oggi gli Stati Unitispendono di più che durante le guerre del Vietnam e di Corea.


Un trilione di dollari, mille miliardi, è lo spaventoso bilancioannuale della difesa americana; di questi solo 49 sono destinati allaprotezione del territorio metropolitano. Il resto serve a mantenere 737basi permanenti all’estero, tre guerre in corso (Afghanistan, Iraq eSomalia), una forza occulta di quasi duecentomila mercenari strapagatie dai compiti oscuri; un quinto (200) se ne va per pagare gli interessisui debiti per le guerre americane precedenti. Altri soldi, moltisoldi, se ne vanno per la War on drug,la non meno fallimentare guerra alla droga voluta da Reagan e ancora incorso senza che nessuno, dopo venti anni e miliardi di spese militari,abbia visto il minimo calo della produzione e spaccio globali.

A porre fine a questa follia e ai continui rilanci di unaamministrazione incapace di evadere da un tragico cliché, sembracontribuiscano anche i militari. Il rifiuto dell’Ammiraglio WilliamFallon di schierare tre portaerei nel Golfo Persico come monitoall’Iran è suonato come una campana a morto: l’esercito rifiuta gliordini. Grazie a questo rifiuto abbiamo visto Condoleeza Rice trattarefinalmente con gli iraniani, anche se Cheney non ha rinunciato aminacciare Teheran in occasione di una vista ai marines.

Quello che colpisce maggiormente è però la sparizione nel nulla dellefolle di politici e commentatori, non solo americani, che sostenneroBush all’epoca dell’invasione dell’Iraq. I dieci repubblicani in lottaper la nomination repubblicana alle presidenziali evitano accuratamentedi pronunciare il suo nome, dicono tutti di rifarsi a Reagan. Anche sulversante dei predicatori economici e di quelli religiosi si puòconstatare che la sconfitta è orfana. I predicatori più avveduti hannospostato il fuoco dei loro interessi dalla lotta contro il ferocesaladino a quella contro l’inquinamento. Così come un passo dellaBibbia suggeriva l’attacco a Baghdad, ora se ne è trovato un altro cheinvita l’umanità a restituire il mondo a Dio “così come vi è statodato”. Quanto basta per dimenticare la guerra. Spariti dall’orizzonteanche i teorici della globalizzazione e liberizzazione economica;niente è infatti meno liberale di un’economia di guerra.

Ugualmente è evaporato il vasto sostegno internazionale e nel mondo deimedia occidentali si può agevolmente notare come sia stata abbandonatala propaganda bugiarda dei falchi e si sia passati ad un silenzioplumbeo su tutto quanto riguarda le guerre e le loro false ragioni.Risulta davvero impressionante la disinvoltura con la quale chi hapromosso acriticamente queste guerre, ora tace come se niente fosse,come se non ci fosse nulla da discutere o nessuna giustificazione dafornire a chi hanno ingannato. Tacciono i Berlusconi, tacciono icommentatori di destra; sul finire dell’anno scorso il bloccooccidentale ha cominciato tre guerre senza che si sia udita la minimatraccia di dibattito. A queste vanno aggiunti il piano per fomentare laguerra civile tra palestinesi armando ed addestrando le forze di Fatahe l’imminente collasso del Pakistan, inquietante in quanto dotato diparecchi armamenti nucleari. Ma di questo sembra inutile discutere, nelnostro paese come negli Stati Uniti.

Manca ancora un anno e mezzo alla fine della peggiore presidenzaamericana di sempre, ma purtroppo la fine dell’amministrazione Bush nonprecluderà a cambiamenti significativi. Bush ha demolito quel cherestava dei famosi checks and balancescostituzionali, ma i Democratici non sembrano per nulla interessati alloro ripristino. Le prossime presidenziali americane non serviranno aridimensionare il potere che Bush ha avocato alla presenza, masemplicemente ad impadronirsene. Gli amici di Bush brinderanno insilenzio; comunque vada a finire le conseguenze per loro saranno moltorelative, le pene per gli errori meno che certe. Di certo restano iprofitti, gli immensi profitti garantiti da una borsa della spesagestita senza alcuna chiarezza e con generosità per gli amici degliamici.

Ma non piangeranno neanche un minuto sulle vite perdute di centinaia dimigliaia di persone e sulle sorti di milioni di profughi di guerravaganti per il mondo; la guerra era il loro affare e, dal loro punto divista, non si può davvero dire che sia andata male. Per loro è stata unvero successo e ancora un più grande successo sarà quando l’indiceaccusatore si rivolgerà verso George W. Bush, in direzione diversa daquella che indicherebbe i loro profitti. Gli amici di Bush sono zittiperché stanno contando i guadagni e aspettando di sapere chi siederàalla Casa Bianca; quando sarà chiaro quale può essere il prossimocavallo vincente, gli afoni riprenderanno voce, stando però beneattenti a non parlare di cose sgradevoli e cheap tipo il fallimento iracheno o la precipitosa decadenza degli Stati Uniti.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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