Serbia: vincono gli ultranazionalisti. E con la questione Kosovo aperta, la situazione è delicata

Con l'avvicinarsi delle decisioni della Comunità internazionale sul destino del Kosovo, il vento del nazionalismo torna a soffiare pesantemente in Serbia.

Con l'avvicinarsi delle decisioni della Comunità internazionale sul destino del Kosovo, il vento del nazionalismo torna a soffiare pesantemente in Serbia.

L'elezione dell'ultranazionalista Tomislav Nikolic a presidente del Parlamento, terza carica dei vertici della politica serba, con 142 voti contro i 99 di Milena Milosevic, candidata dei democratici di Boris Tadic è avvenuta con l'appoggio determinante del partito democratico serbo (Dss) del premier uscente Vojislav Kostunica e questo ha frantumato la già debolissima alleanza di una cosiddetta area democratica a Belgrado.

Gli osservatori non escludono neanche che l'accordo tra i democratici del premier Vojislav Kostunica, i socialisti del partito che fu di Slobodan Milosevic e la componente radicale di Nikolic possa sfociare in una clamorosa intesa di governo. Una prospettiva che annullerebbe sette anni di politica filoeuropea e filoatlantica condotta dalla Serbia dopo la caduta di Milosevic.

Nikolic, tra l'altro, si è significativamente presentato in Parlamento indossando una spilla con l'effige di Vojislav Seselj, fondatore del partito radicale e in attesa di processo all'Aja per crimini di guerra.

Una situazione che si fa sempre più pesante anche perché, se entro lunedì 14 non sarà varato un governo, secondo la Costituzione occorrerà procedere a nuove elezioni.


Ed è opinione comune che in una nuova consultazione i nazionalisti radicali otterrebbero un successo ancora più largo di quello avuto a gennaio, quando, malgrado la maggioranza relativa, non trovarono alleati sufficienti per formare il governo.

"Per vedere meglio i Balcani bisogna che gli occidentali cambino gli occhiali", ha detto lo studioso di politica estera all'università di Belgrado Mladjan Jovanovic. "L'Europa, sulla scia degli Usa, ha approvato o sostiene il piano dell'Onu sul futuro del Kosovo, che prevede l'indipendenza del territorio.

Questo è visto qui come un atto ostile e le richieste continue di collaborazione con il Tribunale penale internazionale dell'Aja (Tpi) per la cattura dell'ex generale serbo bosniaco Ratko Mladic sono ormai considerate chiacchiere", ha aggiunto Jovanovic.

Al di là degli aspetti istituzionali, è dunque chiaro che a preoccupare l'Occidente sono soprattutto le notizie che riguardano la possibile reazione dei serbi all'eventuale indipendenza del Kosovo.

Alcune centinaia di ex soldati della milizia si sono riuniti domenica scorsa con l'impegno di attaccare la provincia con le armi, qualora dichiarasse l'indipendenza.

Una prospettiva che viene presa molto sul serio, al punto che l'ammiraglio tedesco Hans-Jochen Witthauer, che comanda il contingente Eufor in Bosnia-Erzegovina, ha già negoziato con il ministro degli Esteri montenegrino Milan Rocen l'eventuale passaggio delle truppe per raggiungere la provincia contesa.

A far da contraltare altrettanto pericoloso al nazionalismo serbo è poi l'espansione del terrorismo islamico nei Balcani: il 18 marzo sono stati arrestati nelle montagne di Ninaja, nella Serbia meridionale, quattro presunti terroristi salafiti in un campo di addestramento modello al-Qaeda.

Oltre al futuro del Kosovo, in Serbia si sta decidendo probabilmente il destino di tutti i Balcani meridionali.

Fino a qualche giorno fa, dal 2000 aveva prevalso la coalizione filo occidentale tra i partiti democratici di Kostunica e di Tadic, propensa a entrare progressivamente nelle strutture euro-atlantiche.

Le divergenze tra i due dopo le elezioni hanno però cambiato le prospettive: il partito di Kostunica sembra ora tendere verso una convergenza con i radicali che da sempre contestano la vocazione europea del Paese e puntano sull'ombrello russo-cinese.

A favorire questa svolta da parte di Kostunica, oltre ai risultati elettorali, è stato proprio l'atteggiamento degli Stati Uniti e dell'Unione europea sul Kosovo, secondo i serbi troppo sbilanciato a favore degli albanesi.

Anche il lavoro dell'inviato Onu, l'ex ministro finlandese Martti Ahtisaari, è stato unanimemente bocciato a Belgrado. In realtà nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza potrà mai sancire l'indipendenza del Kosovo dato che Russia e Cina hanno promesso di porre il veto.

Tuttavia il piano degli Stati Uniti, apparentemente avallato dall'Unione europea, prevede una dichiarazione autonoma di indipendenza da parte di Pristina con conseguente riconoscimento da parte dell'Occidente.

Secondo molti osservatori, tale piano rischia di aprire un vaso di Pandora in tutti i Balcani, dove per esempio il precedente kosovaro potrebbe indurre i serbo-bosniaci alla secessione in Bosnia-Erzegovina.

Notevoli timori si registrano anche tra gli ungheresi di Vojivodina, mentre la Russia potrebbe reagire incoraggiando ulteriormente la secessione della Transnistria dalla Moldavia, così come di Ossezia del Sud e Abkhazia dalla Georgia.

A confermare questa ipotesi, lo scorso aprile, è stato proprio il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, il quale, intervistato dalla Pravda, ha dichiarato che concedere l'indipendenza al Kosovo "si rifletterebbe immediatamente su altri conflitti".

Una frase subito interpretata come un riferimento alle due province caucasiche, con conseguente aumento delle tensioni nella regione, in particolare tra Mosca e Tblisi.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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