Esercito Usa via dall'Iraq a partire dal 1 Ottobre Prossimo. Ma bush metterà il veto alla direttiva

Il Congresso Usa, prima la Camera e poi il Senato, hanno votato per il ritiro delle truppe dall'Iraq. Non subito, ma a partire dal 1° ottobre prossimo ed entro il 1° aprile 2008

Alla fine non è bastata neppure la faccia onesta del generale Petraeus, il nuovo comandante americano in Iraq, chiamato di corsa a Washington per convincere deputati e senatori che la guerra non va malissimo e che il "piano per la sicurezza" deciso dall'amministrazione a febbraio sta funzionando.

E così il Congresso, prima la Camera e poi il Senato, hanno votato per il ritiro delle truppe. Non subito, ma a partire dal 1° ottobre prossimo, o anche prima se non vi saranno segni di miglioramento e se il governo iracheno non dimostrerà di avere raggiunto gli obbiettivi di pacificazione e di ricostruzione che si prefigge. Il ritiro dovrà essere completato entro il 1° aprile del 2008, anche se il presidente ha la facoltà di chiedere che la decisione venga rivista. Petraeus ha già messo le mani avanti per conto dell'amministrazione dichiarando che soltanto a fine settembre farà una nuova relazione sull'andamento della guerra.

La legge verrà presentata alla firma del presidente la settimana prossima. I democratici hanno scelto la data del 1° maggio perché è l'anniversario del famoso discorso "mission accomplished" in cui dalla tolda della portaerei Lincoln, dove era arrivato a bordo di un caccia, Bush proclamò la fine delle ostilità e la vittoria. A distanza di quattro anni la guerra continua ed è di fronte a questo "stato di negazione" (termine con cui gli psicologi definiscono una particolare nevrosi) che i democratici si sono decisi ad agire.
Ancor prima che la legge venisse approvata, Bush aveva dichiarato

(da ultimo oggi per bocca della sua portavoce Dana Perrino) che non l'avrebbe mai promulgata, dal momento che ritiene che sia una interferenza indebita nei suoi poteri di comandante in capo e che indicare una data, anche solo per l'inizio del ritiro, vorrebbe dire mettere in pericolo le truppe e "dare carta bianca ai terroristi".
Cosa succederà a questo punto non è chiaro. Bush è sicuro che il Congresso non ha i numeri sufficienti per rovesciare il suo veto (occorrerebbe un voto a maggioranza di due terzi in ciascun ramo del Congresso) e che quindi occorrerà arrivare a un qualche compromesso. I democratici si sentono rincuorati per avere fatto il gran passo. Quanto ai repubblicani, sanno benissimo che larga parte del loro elettorato è ormai contrario alla guerra, anche se non possono rompere con la Casa bianca. E' per questa ragione che non hanno fatto ostruzionismo al Senato, anzi alcuni di loro hanno votato con la maggioranza democratica.

Il compromesso, quando ci sarà, potrebbe consistere - come ha anticipato John Murtha, un senatore democratico molto vicino agli ambienti militari - nell'eliminare il riferimento a qualunque data per il ritiro delle truppe, come chiede la Casa bianca, ma nell'approvare il finanziamento solo fino a settembre, il che è sicuramente nei poteri del Congresso. Dopo quella data ci sarebbero soltanto i soldi per condurre "operazioni antiterrorismo" e per garantire la sicurezza delle truppe, ma non per operazioni di combattimento.
Quanto alla guerra, a dispetto delle dichiarazioni (peraltro molto caute) del generale Petraeus), le cose vanno male, se non peggio. In primo luogo per i soldati americani. Dall'inizio dell'operazione sicurezza, la cosiddetta "surge", che sta portando altre decine di migliaia di soldati nel teatro iracheno, le perdite sono aumentate: nelle prime tre settimane di aprile hanno raggiunto il terzo livello più alto di 49 mesi di guerra, con una media di 4 caduti al giorno. Allo stesso tempo gli attacchi contro le truppe americane si sono fatti più diretti e micidiali (in passato la maggior parte dei caduti era provocata dalle bombe piazzate lungo le strade dei convogli): nove morti in un singolo attacco contro una caserma.


Sono sì diminuiti i massacri "settari", vale a dire ad opera delle milizie sciite contro i sunniti, ma probabilmente perché la principale fazione sciita, l'Esercito del Mahdi di Moqtada al-Sadr, ha invitato i suoi uomini ad aspettare e vedere se il governo di al-Maliki riuscirà a contenere i massacri da parte delle fazioni sunnite. Che invece sono continuati producendo ogni giorno una infinita catena di attentati suicidi con migliaia di morti: 1802 a gennaio, 1531 a febbraio, 1889 a marzo, 1331 nelle prime settimane di aprile. Non solo a Baghdad, ma in molte città la popolazione è allo stremo, non si sente protetta e ne dà la colpa agli americani e al governo iracheno.
Al-Maliki è sempre più debole. Moqtada al-Sadr ha ritirato i propri ministri dal governo di coalizione, perché "non garantisce la sicurezza", e ha organizzato imponenti manifestazioni con decine di migliaia di aderenti per chiedere il ritiro delle truppe americane. Lo stesso comando militare di Baghdad non sa che pesci prendere. La settimana scorsa aveva approvato la proposta dell'ambasciatore americano di costruire un muro di cemento armato per separare un quartiere sunnita dai quartieri sciiti, ma la stessa popolazione del quartiere è insorta e al-Maliki, che inizialmente si era detto d'accordo, ha dovuto bloccare la costruzione del muro.

Se a Baghdad si piange a Washington si ride. Ha fatto il giro dei talk show comici la inverosimile storia dello "zar di guerra" che non si riesce a trovare. Dopo quattro anni di guerra irachena e sei anni quasi di guerra afgana, l'amministrazione ha deciso di nominare un coordinatore delle operazioni belliche nei due paesi, ammettendo implicitamente di avere fin qui fallito. Del resto Bush aveva già "licenziato" a dicembre il ministro della difesa, poi il comandante in capo in Iraq e il capo di stato maggiore, infine il coordinatore della guerra alla Casa bianca, certa Meghan O'Sullivan. Ma il farsesco della situazione è che, nonostante ripetuti tentativi, ben tre generali in pensione hanno rifiutato di assumere l'incarico e ancora non si è trovato nessuno che sia disposto a sacrificare la propria credibilità per una guerra che molti ormai, anche tra le file repubblicane, considerano perduta.

Per questo il Congresso si è deciso a rompere gli indugi e ad uscire dalla cautela fin qui mostrata approvando una legge che fissa una data per il ritiro. Si tratta di una decisione epocale non solo per porre fine allo stillicidio di caduti americani, ma anche - dal momento che la guerra è ormai persa - per impedire che si ripetano le vergognose scene di trent'anni fa in Vietnam, quando gli ultimi soldati americani dovettero fuggire precipitosamente mentre Saigon cadeva in mano al nemico.








di Chiara Compagnucci Fonte: pubblicato il


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