Telecom Italia: la questione sarà discusso ufficialmente dal Governo e dalle Camere

La vicenda degli assetti proprietari di Telecom Italia approderà in Aula al Senato dove il Governo riferirà forse ai primi di maggio, mentre mercoledì la questione sarà al centro di un'audizione del ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni,

A Telecom Italia "serve un azionista forte e convinto, grandi investimenti e alleanze internazionali". Una frase su cui sarebbe difficile non trovarsi d'accordo. Lo ha affermato il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani ieri a Milano, poco dopo la notizia del ritiro di AT&T dalla corsa, fino ad allora in compagnia di un'altra società telefonica messicana, per rilevare la quota di Olimpia di Marco Tronchetti Provera, e comunque mentre la società è a cuore aperto.

E' stato infatti Carlo Buora, vicepresidente esecutivo di Telecom Italia, a Rozzano, nel corso dell'assemblea degli azionisti di Telecom ad annunciare fra qualche applauso e qualche sguardo di incredulità fra gli intervenuti, la notizia di un probabile ritiro di AT&T dalla 'corsa' per il controllo dell'azienda, dando lettura di un'agenzia stampa.

La borsa ieri ha reagito con un risultato poco brillante per le azioni della scuderia Provera, specialmente per le Pirelli che hanno registrato un'ovvia flessione, dovuta alla view di mercato di una strategia industriale indebolita dal ritiro del probabile acquirente, mentre, secondo molti, sarebbe forte l'intervento sottobanco della politica per indirizzare la partita a favore di un gruppo di investitori italiani.

Si fanno i nomi di Berlusconi e Colaninno, in compagnia del nuovo colosso bancario Sanpaolo Intesa. E che la politica guardi con favore all'investitore nazionale, lo si capisce dalle parole dello stesso Epifani che, continuando il discorso ha sostenuto che "Serve un imprenditore italiano disposto a rischiare, magari anche poco, ma a rischiare. Se ci fosse uno straniero vero che avesse a cuore il futuro della Telecom e disposto ad investire, andrebbe benissimo".

E' difficile pensare ad un magnate benefattore sopranazionale che guardi ad un'azienda con l'occhio benevolo e non con quello ovvio di ricavare profittabilità da un gruppo che nonostante l'aumento della competizione sul mercato domestico, ha un cash flow positivo e con una situazione aziendale che, dalla presentazione del piano industriale ad oggi, è riuscita a raggiungere risultati anche superiori rispetto alle aspettative, che tanto avevano fatto storcere il naso agli investitori istituzionali solo qualche mese fa, all'arrivo del nuovo ad Rossi, succeduto a Tronchetti sulla poltrona divenuta rovente per le questioni riguardanti la spy story in salsa nostrana scoppiata solo l'estate scorsa.


Ancora Epifani ha ricordato che Telecom era la quinta compagnia telefonica al mondo solo pochi anni fa e che ora rischia invece di precipitare proprio per colpa dell'instabilità dell'assetto azionario, avendo cambiato in 10 anni 5-6 proprietari, senza che nessuno abbia mai realmente investito, più di quanto non abbia invece drenato risorse.
Ci sarebbe stato una sorta di conflitto di interesse fra gli interessi dell'azienda e quelli degli azionisti: anche per l'azionista Provera è valso questo, visto che avrebbe preso più soldi di quanti ne abbia prodotti l'azienda. Un tema ribadito anche da Beppe Grillo nel suo intervento più che mediatico all'assemblea degli azionisti.
Ma su una cordata italiana che comprenderebbe anche Roberto Colaninno e Silvio Berlusconi, Epifani non ha voluto commentare.

La vicenda degli assetti proprietari di Telecom Italia approderà in Aula al Senato dove il Governo riferirà forse ai primi di maggio, mentre oggi la questione sarà al centro di un'audizione del ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, in commissione Lavori Pubblici del Senato.

Sul tema ovviamente anche gli industriali parlano e, per bocca di Montezemolo, fanno sapere che "Non è compito dello Stato nè tanto meno della politica stabilire chi debba essere l'azionista di un'azienda o influire sulla scelta di questo azionista. Questa decisione spetta solo al mercato.Questa reazione, preoccupata delle forze politiche e anche questi comportamenti delle Autorithy - ha aggiunto Montezemolo - dimostrano una grande e per certi aspetti grave confusione di idee sul ruolo dello che lo Stato deve avere di fronte ad una vicenda come questa".

Insomma, secondo il presidente degli industriali, nel paese ci sono alcune eccellenze che vengono lasciate sole di fronte alle 'non scelte' di chi governa, mentre in Italia il tema vero sarebbe quello dell'incertezza delle regole, cosa che avrebbe spinto anche l'investitore americano AT&T a rivedere le sue decisioni di investimento.
Non è compito dello Stato, e della politica, stabilire chi debba essere l'azionista di un'azienda o influire sulle scelte di questo azionista, secondo Confindustria: questa decisione spetta solo al mercato e il mercato premia da sempre chi paga e offre di più.

Ci sono anche altri punti di vista sulla vicenda, ovviamente; come ad esempio quelli di cui si è fatto interprete il ministro Di Pietro, secondo cui AT&T "era una bella fotografia da mostrare per un'operazione voluta da altri, e per scopi del tutto diversi da quelli di strutturale un modello industriale per il nostro Paese, perchè il vero soggetto interessato è il messicano, che ha molto a cuore il tesoretto di Telecom in Brasile".

Di Pietro come la sinistra di Pdci, Rifondazione e Verdi, mette al centro del dibattito l'importanza di regole chiare per la compravendita delle reti, un patrimonio che può essere anche gestito da privati, ma sulla base di regole di interesse pubblico.

Libero mercato e interesse pubblico ancora una volta a tener sulla corda la politica italiana, mentre si giocano le partite di Alitalia, Generali, Mediobanca, Capitalia, alla ricerca di un equilibrio difficile per il decision maker pubblico fra Stato e mercato, fra interesse privato e pubblico nei settori strategici dell'economia come tlc, energia e finanza.

Potrà essere la cordata "Banche-Berlusconi-Colaninno", una B.B.C. all'italiana, a salvare Telecom? E quale prezzo si rischia di pagare per l'italianità, ammesso e non concesso che l'italianità, in questo campo, sia un valore.
La stessa italianità che di Telecom ha fatto più volte spezzatino, distruggendo la ricchezza che lo Stato aveva conferito all'azienda al tempo della ricca privatizzazione. E di lì in avanti.








di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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