Amministratori delegati di Shell e Total: il petrolio facile sta per finire

I giorni del petrolio e del gas facile sono già finiti

I giorni del petrolio e del gas facile sono già finiti: le riserve di petrolio rimaste sono in mare aperto, più difficili da raggiungere e pertanto bisognose di grandi investimenti e di tecnologie avanzatissime.

Lo hanno dichiarato ad una conferenza Christophe de Mangerie e Jeroen van der Veer, CEO rispettivamente della Total SA e della Royal Dutch Shell Plc.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questa non è una notizia drammatica per compagnie come la Shell, che vengono pagate dai grandi clienti per organizzare lo sfruttamento di giacimenti difficili, mentre non vengono interpellate nel caso di giacimenti onshore, più facili da sfruttare. Siccome da qui al 2030 – secondo dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia – la domanda di petrolio dovrebbe aumentare del 39%, la Shell già si frega le mani pensando ai giacimenti offshore che avranno bisogno dei suoi preziosi servigi.

Secondo Lehman Brothers Holdings, le compagnie petrolifere spenderanno – solo per quest’anno – un 9% in più per le esplorazioni, mentre da qui al 2011 l’aumento complessivo delle spese per esplorazioni in acque profonde dovrebbe aggirarsi intorno al 44% ($6 miliardi in più rispetto ad oggi, stime Douglas- Westwood Ltd).

Ma allora ci stiamo avvicinando alla curva discendente del picco del petrolio? Non è detto: le dichiarazioni di Shell e Total potrebbero anche dipendere dalla volontà di rassicurare i propri investitori, facendo buon viso a cattivo gioco. La concorrenza da parte delle compagnie petrolifere statali cinese e indiana si fa infatti sentire in tutto il mondo, spingendo al rialzo le aste per i diritti di esplorazione. L’unico modo per non perdere terreno è allora quello di far leva sulla maggiore specializzazione tecnologica che le compagnie occidentali hanno rispetto a quelle asiatiche, concentrandosi quindi sui pozzi “difficili” dove la concorrenza è minore.


De Mangerie e van der Veer hanno anche dichiarato che le loro compagnie stanno investendo nelle tecniche di cattura ed immagazzinamento delle emissioni di CO2 (il cosiddetto “sequestro” dell’anidride carbonica) da abbinare agli impianti a carbone, così da rendere il carbone ambientalmente più accettabile soprattutto nell’immenso mercato cinese. In poche parole, con un occhio guardano al petrolio, e con l'altro al carbone!








di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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