Lega Araba: al 19 congresso si lavora per la pace tra Israele e Palestina. Ecco gli ultimi sviluppi

Tutto il contenzioso rischia di rimanere ancora una volta bloccato sulle posizioni del 2002 relative a quelle iniziative di pace proposte a Beirut

Ancora una volta il tradizionale doppio gioco della diplomazia di Tel Aviv. Perché di fronte alle posizioni assunte a Riad dai capi di Stato e di Governo dei Paesi della Lega Araba - riuniti per il loro 19° vertice – c’è un “no comment” israeliano che non favorisce, al momento, un ulteriore processo globale di normalizzazione e di cooperazione.

Tutto il contenzioso, quindi, rischia di rimanere ancora una volta bloccato sulle posizioni del 2002 relative a quelle iniziative di pace proposte a Beirut.

Ora, comunque, nella riunione dei giorni scorsi i leader arabi (boicottati dal libico Muammar Gheddafi) hanno ribadito l'appello a Israele e a tutti gli israeliani a cogliere l'opportunità per far ripartire un processo negoziale “serio e diretto” in tutti i settori. In pratica ad Israele è offerto il pieno riconoscimento in cambio del ritiro dai Territori occupati – entro i confini del 4 giugno 1967 relativi a Cisgiordania, Golan e Gerusalemme Est - della nascita di uno Stato palestinese e del diritto al ritorno (o a un «equo risarcimento») per i profughi palestinesi del 1948.

Ma per il Premier israeliano Ehud Olmert, nell'iniziativa araba pur essendoci “elementi positivi”, restano ancora molte incognite e, di conseguenza, Tel Aviv prende tempo: dice di voler studiare le conclusioni del summit prima di un pronunciamento ufficiale.

Tutto questo va a collocarsi su una scena geopolitica caratterizzata dal discorso del Re saudita Abdullah, che nella relazione introduttiva del vertice ha avvertito che “oggi l'unità araba è più lontana di quanto non lo fosse mezzo secolo fa”.


E ha citato, a sostegno della sua tesi, le principali crisi in atto: oltre alla vicenda palestinese, quelle in Iraq, Libano, Sudan e Somalia. Ma, soprattutto, il re Abdallah ha colpito l’assemblea affrontando i temi della questione irachena. Ha infatti esortato il mondo arabo “a essere unito per una volta nella vita”, aggiungendo poi: “Non permetteremo alle forze straniere nella regione di stabilire l’avvenire e non ci sarà issata sulla terra araba altra bandiera che quella dell’arabismo”.

Importante anche la tesi illustrata dal Segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, presente al vertice: “Il Medio Oriente – ha detto – si trova in una situazione più fragile e pericolosa di quanto non accadeva da molto tempo” e la ferita più profonda rimane l'occupazione dei Territori arabi e il rifiuto di riconoscere i legittimi diritti dei palestinesi ad avere uno Stato”.

Situazione di stallo, quindi, nonostante la tanto annunciata “pax saudita”. C’è un riserbo israeliano che preoccupa, pur se la posizione di Tel Aviv continua ad essere basata sul concetto dell'esistenza di due nazioni-stato con entrambi gli stati in pacifica coesistenza.

Ma è anche vero che Israele continua a respingere a priori ogni richiesta di discutere di un ritorno nel suo territorio dei profughi palestinesi del 1948, il cui numero è ora stimato dall'Onu in oltre quattro milioni.

E c’è anche un altro aspetto non meno importante. Ed è che Israele vuole evitare di apparire agli occhi dell'opinione pubblica mondiale come uno Stato che rifiuta un'offerta di pace araba, evitando però al tempo stesso di accettare a priori una formula che, accanto agli elementi positivi, ne contiene altri, come la questione dei profughi, che teme possano portare al suo suicidio in quanto stato ebraico se fossero accolti.

Prende così sempre più forza la posizione espressa dal vice premier israeliano Shimon Peres il quale sostiene che Israele vuole sì negoziati diretti con gli arabi, ma non accetta implosioni che vengono da altri ambienti. In particolare non può “digerire” il piano saudita così come è stato formulato.
"Non c'é che un solo modo - spiega - per superare le differenze tra noi: é la via del negoziato. Non ci si può dire: dovete accettare ciò che vi proponiamo così come è. Se Israele accettasse questa iniziativa, non ci sarebbe motivo di negoziare".

E’ comunque più che mai importante e significativo il fatto che al processo di Riad arriva il pieno appoggio dell'Unione Europea. Perché l’Alto Rappresentante per la politica estera dell'Ue, Javier Solana, ha detto che l'iniziativa, basata sul piano saudita “rappresenta una finestra di opportunità” e che l'Ue ritiene quindi positivo “riprenderla in mano oggi, in un momento importante per le relazioni tra palestinesi e israeliani”.

Sempre nel contesto delle questioni affrontate a Riad va poi evidenziato il valore del sostegno espresso dalla Lega Araba all’accordo raggiunto 1'8 febbraio scorso alla Mecca da Al Fatah e da Hamas e sul quale, appunto, è basato il nuovo Governo palestinese di unità nazionale. E quello dei rapporti con il nuovo Go¬verno palestinese è, appunto, un nodo cruciale non ancora sciolto dalla comunità internazionale e, in particolare, dal cosiddetto “Quartetto” (Onu, Unione Europea, Russia e Stati Uniti), l'organismo diplomatico di sostegno alla Road map, l'itinerario di pace destinato a concludersi con la costituzione dello Stato palestinese accanto ad Israele. Ancora di recente, infatti, il “Quartetto” ha ribadito che per togliere le sanzioni in atto da oltre un anno contro l'Autorità palestinese (Anp) occorre che il Governo - e quindi Hamas - accetti le condizioni poste, cioè la rinuncia alla violenza e il riconoscimento di Israele e dei precedenti accordi sottoscritti dall'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp).

Per quanto concerne poi i commenti internazionali al vertice di Riad, va subito messo in evidenza quanto affermato dalla Tv del Qatar Al Jazira: "E' ora di cominciare a negoziare e non solo di fare annunci, perché – ha detto l’emittente araba – il piano saudita offre a Israele la pace con gli Stati arabi e la piena normalizzazione delle relazioni in cambio del suo ritiro da tutti i territori arabi occupati nel 1967; della costituzione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza con Gerusalemme est capitale e di una soluzione equa e concordata della questione dei profughi palestinesi in conformità con le risoluzioni dell'Onu”.

Ed è qui importante il fatto che a Riad il re saudita e il presidente sudanese Omar El Bashir, hanno chiesto alla comunità internazionale di revocare il boicottaggio nei confronti del governo palestinese di unità nazionale.

Un giudizio cautamente positivo sul vertice di Riad viene, infine, dall'ex capo del Mossad Efraim Halevy, in un incontro con i corrispondenti della stampa estera.

A suo parere il piano di pace arabo implica il riconoscimento di Israele e, da questo punto di vista, la partecipazione al vertice di Ismail Haniyeh, premier palestinese e esponente del movimento islamico Hamas è un fatto significativo.

"L'assenso dato al piano saudita significa - afferma - accettare ciò che questo comporta: il riconoscimento di Israele e l'allacciamento con quest'ultimo di relazioni normali e di sicurezza".

Ma, detto questo, si resta sempre a dichiarazioni particolari che non coinvolgono direttamente il governo di Tel Aviv. Ecco perché il vertice di Riad rappresenta ancora una volta un’incognita.

Autrice: Elena Ferrara





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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