Prodi: la fiducia è ottenuta ma soprattutto per cambiare la legge elettorale come vuole il Capo dell

Adesso l'Unione ha un nuovo programma: sopravvivere quel tanto che basta a riscrivere le regole del gioco.

Adesso l'Unione ha un nuovo programma: sopravvivere quel tanto che basta a riscrivere le regole del gioco. I numeri che ieri al Senato (162 i favorevoli, grazie a Follini e Pallaro) hanno ridato la fiducia al governo Prodi dimostrano ancora una volta che ormai la legislatura si avvia sulla strada di una lenta agonia e che l'unico, importante, sforzo politico sarà profuso nella riforma della legge elettorale, quell'emergenza condivisa anche da un centrodestra allo sfascio e spaventato dall'idea di ripresentarsi con grande anticipo alle urne sotto l'egida della “porcata” firmata da Calderoli. Lo stesso Prodi è stato chiaro: "Il compito del governo su alcuni punti può dirsi concluso, adesso si tratta di ridare potere di scelta ai cittadini". Forse non si parlerà di nient'altro da qui ai prossimi mesi. Ed ogni questione urgente sarà derubricata alla ricerca spasmodica di un consenso ampio su un progetto di riforma (probabilmente su modello tedesco) che tenga conto di tutte le esigenze in campo, soprattutto quelle dei piccoli partiti che temono l'introduzione di sbarramenti che li cancellerebbero per sempre dal quadro politico italiano. Del dodecalogo di Prodi, quindi, resterà ben poco da poter portare avanti senza scosse.

Se anche questa volta si è aperta una via di fuga che ha consentito la sopravvivenza dell'esecutivo, non si potrà ragionare sugli stessi numeri quando si tratterà di far passare al Senato il rifinanziamento della missione in Afghanistan. Il prossimo banco di prova è dietro l'angolo e non ci sono i numeri per guardare all'occasione senza pensare che quello potrebbe essere davvero l'ultimo round. Stavolta senza appello.

Ma non è solo questo il punto su cui la sopravvivenza del governo sarà ancora a rischio. Dietro si agita una spettro ancora più pesante, quello dei Dico (ormai diventati Direi, secondo un'ironica ministra Bindi), il cui solo accenno nella replica del presidente del Consiglio, ha determinato l'immediata dichiarazione di “non voto” da parte di Andreotti. Prodi non poteva non parlarne: troppe le sollecitazioni al chiarimento che erano arrivate dai banchi dell'opposizione durante il dibattito a Palazzo Madama. Ma quello scrollarsi la coscienza dichiarando che ormai l'argomento è materia parlamentare, non ha convinto tutta l'area cattolica trasversale decisa, oggi più di ieri, ad affossare qualsivoglia disegno di legge possa uscire dalla commissione Giustizia del Senato. A poco è servito il richiamo alla rinnovata necessità di sostenere le famiglie anche attraverso la costruzione di migliaia di asili nido: dai banchi dell'Unione qualche sguardo severo ha fatto chiaramente capire che la captatio benevolentiae di Prodi verso l'ala cattolica non aveva colto nel segno. Così come qualche timido applauso ha sottolineato il passaggio di Prodi sull'aumento delle pensioni minime, ma non si poteva non cogliere la totale assenza di riferimento ad una più completa riforma del sistema previdenziale che spaventa il mondo sindacale al pari dei vescovi sui Dico, ma che non si può prescindere se davvero si vuole aumentare gli assegni oggi al limite della sopravvivenza.

Troppe insidie sul tappeto, un percorso troppo accidentato perchè Prodi non tenga conto dell'analisi del Capo dello Stato e di quel suo puntare l'accento sulla necessità prioritaria di riscrivere le regole per ripresentarsi alle urne, ormai tra breve, con progetti politici che superino la crisi in cui il sistema politico è piombato per colpa di un centrodestra in difetto perenne di responsabilità politica ed istituzionale.

Ora non resta che attendere i nuovi passaggi parlamentari sperando che questioni di bottega, di collegio, di pressione da parte dei cosidetti “poteri forti” di questo Paese non intervengano a far saltare il prossimo tavolo di discussione sulla legge elettorale con qualche sgambetto in corso d'opera che vanifichi la ricerca di rendere finalmente governabile e politicamente stabile questo Paese. La strada per fare dell'Italia una democrazia compiuta è ancora lunga, ma al governo Prodi oggi è affidato un incarico di responsabilità di peso ben più grande della semplice prosecuzione del programma dell'Unione attraverso il riassunto presentato nel dodecagolo: farsi propositore delle prossime regole del gioco. Ed è una mossa che Prodi dovrà giocare d'anticipo avviando un dialogo con la propria maggioranza e con l'opposizione, disinnenscando l'imminente mina Afghanistan e i mal di pancia dei dissidenti. Napolitano è stato chiaro. Non resta che dargli ascolto e restituire il potere di scelta direttamete nelle mani dei cittadini.


di Elena G. Polidori








di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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