Multinazionali del tabacco condannate per pubblicità ingannevole delle sigarette Light

Usa. Una sentenza della Corte federale di New York condanna le multinazionali del tabacco per pubblicità ingannevole nei confronti dei consumatori

Le multinazionali del fumo tremano. Per la prima volta, dopo anni di tentate cause legali andate a vuoto, la Corte federale newyorkese ha autorizzato un’azione giudiziaria collettiva ai danni proprio dell’industria del tabacco, colpevole di aver ingannato i consumatori con pubblicità fuorvianti riguardo alle cosiddette ‘sigarette leggere’. A fronte di questa azione legale alcune sentenze emesse negli ultimi giorni in America. La prima l’aveva data il giudice Jack Weinstein, secondo il quale: “Le sigarette light non sono meno dannose delle altre”. A rincarare la dose è arrivato poi un suo collega operante a Washington, Gladys Kessler: “Per decenni Philip Morris, Lorillard Tobacco e British American Tobacco hanno mentito sugli effetti nocivi del tabacco, hanno ordito un vero e proprio complotto per negare, minimizzare e distorcere i fatti di cui erano perfettamente al corrente”.

Già lo scorso mese la Corte Federale americana aveva stabilito che dal 1 gennaio 2007 diverrà passibile di azione legale qualsiasi pubblicità ingannevole come spot o diciture volte ad indicare alcune tipologie di sigarette con termini “che possano far pensare che un determinato tipo di sigaretta comporti rischi minori per la salute”. Intanto l’esito delle sentenze frana sulle varie industrie del tabacco, perché tutti i consumatori che si sentono truffati possono aderire all’azione legale collettiva che rischia di mettere in ginocchio diversi colossi del calibro di RJ Reynolds o della Philip Morris. Secondo le prime stime infatti, hanno già superato la cifra dei dieci milioni i cittadini che intenderebbero costituirsi parte civile solo negli Stati Uniti, per un danno stimabile intorno ai 200 miliardi di dollari. Ma il rischio più grande per le multinazionali è che l’eco di questa azione legale coinvolga anche altri paesi.

Soddisfazione è venuta dall’avvocato Michael Hausfeld, che ha rappresentato i consumatori durante il processo, secondo il quale i produttori sapevano che non c’e alcuna differenza tra una sigaretta normale ed una light. Già nel 2001 uno studio del Cancer Research UK coordinato dal professor Martin Jarvis, sostenitore della battaglia contro le diciture “mild” e “light”, era servito a smentire alcuni test effettuati in Australia che indicavano le sigarette light come meno nocive. Nel testo, pubblicato sul British Medical Journal, veniva evidenziato che “le sigarette a basso contenuto di catrame offrono ai consumatori una promessa falsa di riduzione dei rischi. I fumatori hanno dipendenza dalla nicotina e più da marche con rendimento inferiore, col risultato che l’assunzione effettiva di catrame e nicotina non cambia quando passano alle sigarette a più basso contenuto. L’unico modo per un fumatore di correre meno rischi è quello di smettere di fumare”.

In Italia un decreto legislativo (184/2003) datato gennaio 2004 ha stabilito che ogni singola sigaretta non può superare i 10 milligrammi di catrame contenuto. Sono state inoltre completamente eliminate diciture come “light”, “ultra light” e “mild” per essere sostituite da avvisi che, senza mezzi termini, ribadiscono i gravi danni provocati dal fumo. Se nonostante questo i fumatori restano una cifre esorbitante, sicuramente alcune multinazionali potranno ora chiedersi se c’era proprio bisogno di ricorrere ad un simile stratagemma.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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