Russia: l'obiettivo è diventare il fornitore principale di materie prime al mondo

La Russia sta piazzando i pezzi per giocare il ruolo di fornitore essenziale di materie prime sullo scacchiere internazionale

La Russia sta piazzando i pezzi per giocare il ruolo di fornitore essenziale di materie prime sullo scacchiere internazionale. Gas, petrolio, ma anche acciaio, alluminio e persino titanio. Ieri è arrivata un’altra infornata di accordi commerciali che rafforzano la posizione del gigante degli Urali in Italia.

Nuovo accordo tra Eni e Gazprom. Petrolio, metano, elettricità e gas liquefatto. Un’intesa a tutto tondo che sarà perfezionata il 15 ottobre, ma su cui circolano già indiscrezioni e analisi.

All’Eni interessano i giacimenti in Siberia e sul mare di Barents, mentre i russi sono molto attirati dai giacimenti kazaki dell’Eni. Da tempo si parla di un impianto per la liquefazione del gas in Dalmazia, terminal dei gasdotti che arrivano dalla Turchia attraverso i Balcani. Secondo fonti russe, riporta il Sole 24 Ore, dopo mesi di negoziati il via all’accordo sarebbe giunto grazie all’assenso della cosiddetta “Opec del gas”, cioè dell’asse Mosca-Algeri. Ai russi interessa soprattutto la possibilità di distribuire direttamente il proprio gas sul mercato domestico italiano.

Sempre ieri la maggiore società siderurgica russa per fatturato, la Severstal, ha annunciato che aumenterà la propria quota nell’italiana Lucchini, primo produttore europeo di laminati d’acciaio, al 71%. Severstal pagherà 182 milioni di euro in contanti e assumerà 368 milioni di euro di debito per ottenere un ulteriore 51% della società bresciana. Un altro gioiello di casa nostra su cui il controllo straniero cresce e si consolida.

Contemporaneamente è stata definita ieri in Russia una nuova acquisizione importante: la società pubblica di armamenti Rosoboronexport ha rilevato il 41% di Vsmpo-Avisma, il primo produttore mondiale di titanio, per un controvalore intorno al miliardo di dollari. A citarlo così, il titanio, sembra un minerale di scarsa importanza, legato a produzioni tecnologiche specializzate e di nicchia. Al contrario, la vicenda ha interessato immediatamente Boeing e Airbus, che comprano dalla società russa rispettivamente il 40% e il 60% delle proprie forniture di titanio. I settori aeronautico, aerospaziale e militare dipendono largamente da questo minerale.
E sembra ormai scontata anche la fusione, sempre in Russia, tra Rusal e Sual, due grandi produttori di alluminio, che dovrebbero dare vita ad un gigante da 30 miliardi di dollari.
Per fortuna, qualcosa in Italia si muove anche senza i russi: a Cremona nascerà il primo impianto al mondo per la produzione in continuo di acciaio ultrasottile, grazie ad un accordo tra la italiana Arvedi e la tedesca Siemens, una collaborazione che mette insieme macchine, capitali e know how in grado di fruttare un risparmio del 30% sul costo del prodotto finale. Investimenti per 300 milioni di euro, metà dei quali coperti da una linea di credito di Banca Intesa e Unicredito e per Arvedi progetti di quotazione in tre anni.


Tornando alla questione dell’approvvigionamento energetico, le mosse di Mosca vanno osservate attentamente. Per fortuna non è sempre oro tutto quello che luccica. Anche Putin, con la sua politica molto concentrata sull’energia, ha i suoi problemi: in primo luogo quello di tenere a bada le ex repubbliche sovietiche.

È notizia di qualche giorno fa che il Turkmenistan è riuscito a spuntare con Gazprom un rialzo da 65 a 100 dollari per mille metri cubi, minacciando di tagliare le forniture. Produce infatti 60 miliardi di metri cubi di gas l’anno che per due terzi viene commercializzato da Gazprom. Secondo alcune stime, da gennaio l’Ucraina pagherà il gas almeno 135 dollari.
Intanto, la ex repubblica sovietica cerca altre vie di sbocco per la propria produzione. Recentemente ha annunciato anche che per il 2009 sarà in funzione un gasdotto che la metterà direttamente in collegamento con la Cina.

A maggio Dick Cheney si è recato in Kazakistan per discutere di un accordo sulla costruzione di un gasdotto attraverso il Caspio. L’idea sarebbe quella di una pipeline attraverso, Azerbaigian, Kazakistan e Georgia fino all’oleodotto turco di Ceyhan, evitando di toccare il suolo russo. Faccenda che naturalmente piace poco a Mosca.

A questo proposito vale la pena di citare il fatto che una ipotetica guerra tra Stati Uniti e Iran avrebbe conseguenze difficilmente quantificabili in questo momento. Il Caspio infatti rimane un nodo nevralgico della distribuzione dei combustibili. Difficile riuscire a mettere realmente a fuoco tutti questi elementi insieme, anche perché la mappa delle repubbliche ex sovietiche è tutt’altro che semplice. Certo è che tutti incidono sulla fatidica domanda: avremo abbastanza riscaldamento il prossimo dicembre?





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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