Fondi comuni italiani: raccolta in rosso. Gli italiani preferiscono quelli esteri

L’industria italiana del risparmio gestito è messa in difficoltà da quella straniera

L’industria italiana del risparmio gestito è messa in difficoltà da quella straniera. Secondo i dati diffusi da Assogestioni, a giugno la raccolta netta dei fondi comuni di investimento sia italiani sia esteri è risultata negativa per 3,28 miliardi di euro a causa innanzi tutto dei riscatti pari a 3,43 miliardi che hanno interessato i Fondi di diritto italiano. Sicuramente non è un dato da festeggiare, ma segna già un miglioramento rispetto ad aprile, quando la raccolta complessiva aveva segnato un drammatico scivolone di circa 5,2 miliardi di euro (in quel caso i fondi italiani avevano pesato per addirittura -6,2 miliardi circa). Ad appesantire il dato di giugno ha contribuito anche la raccolta negativa dei prodotti Roundtrip, quelli creati all’estero dalle società di gestione del risparmio italiane, che ha segnato una perdita per 240,8 milioni. Gli unici fondi che continuano a crescere sono, invece, gli Esteri Puri: la raccolta è positiva per 401,5 milioni, anche se nei due mesi precedenti si erano viste performance migliori.

Ma quali sono le ragioni della debolezza dei Fondi Italiani? Gli esperti del settore puntano il dito contro il diverso regime fiscale dei prodotti nazionali rispetto a quelli esteri.

Nel nostro Paese, infatti, la tassazione dei proventi derivanti dall’investimento in fondi non grava direttamente sui sottoscrittori delle quote, ma sul fondo su cui pesa un’imposta sostitutiva del 12,50% che è calcolata sulla differenza, se positiva, tra il valore del patrimonio netto del fondo di fine e di inizio anno. Si tratta della cosiddetta tassazione per competenza. L’imposta, quindi, colpisce indirettamente i risparmiatori, in termini di una riduzione del valore della quota.

Per quanto riguarda i Fondi Esteri Armonizzati i proventi delle quote del fondo sono tassati con una ritenuta a titolo di imposta del 12,5% che grava direttamente sul sottoscrittore all’atto dell’effettivo incasso della plusvalenza. Si tratta della tassazione per cassa. Appare quindi evidente lo svantaggio per i Fondi Italiani. La tassazione per competenza, infatti, colpendo i proventi “maturati” ma non ancora incassati, impone che una parte del patrimonio del fondo debba essere accantonata a titolo di ”credito d’imposta” e dunque immobilizzata in attività non fruttifere. Sarebbe questo uno dei motivi alla base delle cattive performance dei fondi italiani e del crescente disinteresse dei risparmiatori nei loro confronti.

Riceviamo da Emilia e pubblichiamo








di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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