Relazione di Draghi lucida e chiara sull'economia italiana, il deficit pubblico, le imprese

Draghi ha svolto una disamina densa, articolata e approfondita di tutti i nodi della situazione economia e sociale dell’Italia.

Poche volte si è registrata un’attesa così unanimemente palpitante per il rituale appuntamento delle considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia: un po’ la curiosità di vedere in che modo Draghi si sarebbe differenziato dallo stile di Fazio, un po’ per il riserbo forse eccessivo che il governatore ha tenuto fin dal suo insediamento, non si può dire che questa volta non ci fosse un livello di aspettative diverso dalla norma.

Del resto, il principale fattore di interesse sta nel nuovo quadro politico, che vede un governo appena insediato e già alle prese con l’allarme sui conti, oltre che con la necessità di segnare una svolta nella politica di sviluppo economico.

Con questi presupposti, il governatore avrebbe avuto gioco facile nell’insistere sulla voragine del deficit, svolgendo il suo ruolo tradizionale di guardiano dei conti super partes, per richiamare all’ordine un governo che ha costruito la sua credibilità internazionale sul rispetto dei parametri europei, e che sembra intenzionate a fare il possibile per riportare la soluzione sotto controllo già dal 2007.

Va dato a Draghi il notevole merito di non essersi voluto limitare a questo richiamo, e di aver svolto una disamina densa, articolata e approfondita di tutti i nodi della situazione economia e sociale dell’Italia.

In primo luogo, ovviamente, ci sono proprio i conti pubblici: il risanamento è necessario, ma non può essere l’unico fine della politica economica. Anzi, l’obiettivo vero è la ripresa economica, rispetto alla quale la stabilità dei conti è uno strumento necessario, così come la positiva congiuntura europea, se fornisce uno stimolo importante, non può essere sufficiente in mancanza di adeguati impulsi in Italia. In questo quadro, è altrettanto importante il consenso sociale, che richiede la partecipazione a un disegno condiviso e la presenza di tutti gli attori al tavolo delle decisioni. Questa ripresa della concertazione, dopo anni di dirigismo governativo, nei quali l’assunzione della prospettiva imprenditoriale come l’unica possibile era data per scontata, è una vera boccata d’ossigeno, e suona già come un avvertimento a non lanciarsi con troppa disinvoltura in una nuova stagione dei sacrifici.


Ciò che caratterizza maggiormente la prospettiva di Draghi è, comunque, l’ampio respiro: qui si collocano le fondamentali considerazioni sul mercato del lavoro, che deve essere senz’altro flessibile, ma nel quale la flessibilità non deve generare una spaccatura tra le nuove generazioni di precari e quelle degli occupati garantiti. Soprattutto, queste considerazioni sul lavoro, che centrano il nodo del conflitto generazionale latente in questo Paese, si inseriscono nel quadro di una requisitoria ben più decisa contro i ritardi del sistema produttivo italiano, prigioniero di interessi di bottega e di corporazione che lo condannano a una frammentazione che rende molto difficile l’innovazione. Il ritardo è esemplificato dallo scarso avanzamento della rivoluzione digitale, non solo nella pubblica amministrazione, e dalla contrazione della produttività, non certo dovuta all’esosità dei salari. In altre parole, l’Italia è in Europa, e la moneta unica ha svolto un ruolo virtuoso sui conti: questa difesa dell’euro, se segna un altro opportuno elemento di differenza rispetto alle ambiguità di Fazio, chiarisce anche che non ci si può limitare a fare i conti della serva, ma si deve puntare a uno sviluppo solido e basato sull’innovazione costante piuttosto che sulla continua raschiatura del barile.

Concertazione, investimenti, Europa, persino un richiamo, per quanto contenuto, ai pericoli della precarietà e dell’esclusione sociale: la relazione di Draghi si caratterizza molto per le che ci sono, e forse ancora più per quelle che non ci sono, come un qualche richiamo alla moderazione salariale, la difesa dell’esistente, la retorica delle tradizioni. Fin qui, tutto bene; tanto che, per trovare qualcosa di cui preoccuparsi, e tenersi nella prospettiva del commento più che in quella del panegirico, bisogna guardare alle reazioni, tutte unanimemente plaudenti. C’è da preoccuparsi perché una delle regole fondamentali, in questo meraviglioso Paese baciato dal sole, è che quando tutti sono d’accordo gatta ci cova; o, meglio, gattopardo. Non vorremmo, insomma, che la “totale condivisione” da parte di Montezemolo di un discorso tutt’altro che tenero verso gli industriali, o l’apprezzamento generico e bipartisan di tutte le forze politiche, avessero l’effetto di diluire la maggiore novità delle prime considerazioni finali del governatore, che sta, in due parole, nel rilancio del modello europeo, basato su competitività economica e partecipazione sociale, in una nuova retorica dell’efficienza, dietro alla quale nascondere i soliti giochetti e le solite manovrine. È chiaro, comunque, che il lessico dell’economia sta cambiando, e in meglio; ora la vera sfida sta nel vedere quanto questo lessico corrisponda ai fatti, e quanto siano davvero aperti e partecipativi i processi decisionali. Ma queste sono le sfide della politica, e non possiamo chiedere a Draghi di raccoglierle al posto nostro.
[Nane Cantatore]








di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


Torna su