Navigare in ufficio è legittimo, ma senza esagerare.

Un giretto breve su internet si può fare, per consultare la posta o per dare uno sguardo alle ultime news, o al massimo a un sito per i viaggi. Equivarrebbe alla pausa per un caffè e sarebbe come leggere un giornale.

ERA stato licenziato perché, nonostante il rimprovero dei suoi capi, aveva continuato a navigare su internet durante l’orario di lavoro. Toquir Choudri, aveva così perso il lavoro presso il Dipartimento dell'educazione di New York. Ma il dipendente, che non si era arreso alla decisione dell’azienda, ha portato tutti in tribunale.

Il giudice John Spooner, dopo accertamenti sul pc usato da Choudri, ha constatato che il dipendente frequentava siti di informazione e di viaggio. "Internet è diventato l'equivalente del giornale o del telefono", ha sentenziato, stabilendo che un salto in Rete non può essere causa di licenziamento. Al massimo, sarebbe ammesso un rimprovero.

In Italia la situazione è simile, anche se non sempre la giustizia ha dato ragione ai lavoratori perché se le pause sono lunghe o frequenti, si può sfiorare il limite della scorrettezza e dell'inadempimento contrattuale. Però un giretto breve su internet si può fare, per consultare la posta o per dare uno sguardo alle ultime news, o al massimo a un sito per i viaggi. Equivarrebbe alla pausa per un caffè e sarebbe come leggere un giornale. Ma con moderazione, appunto.

Il datore di lavoro può infatti controllare il computer dei propri dipendenti, proprio come negli Usa. Questo perché si tratta di uno strumento a disposizione dell’azienda e non rappresenta, quindi, uno spazio riservato del dipendente. Nessuna privacy per la navigazione sul lavoro, dunque, se non per la posta elettronica. L’unico diritto alla riservatezza riguarderebbe, quindi, soltanto una cartella privata creata per un uso strettamente personale.





di Marcello Tansini Fonte: pubblicato il


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